Italian English French German Russian Spanish
Home Biografia Critica Webcam News & Eventi Libro degli ospiti Contatti Archiviazione
newsletter
blog
Pedretti Felice
FELICE PEDRETTI Studio d'Arte © COPYRIGHT FELICE PEDRETTI 2018
www.pedrettifelice.it
Critica:

FELICE PEDRETTI O L'ENIGMA DELLA BELLEZZA

Costanzo Costantini

Scriveva nel I9II  Egon Schiele, il pittore austriaco amato da Klimt .“ L’arte non può essere moderna. L’arte torna eternamente alle origini”. Una intuizione geniale, specie per un pittore appena ventenne. Ma dove collocare temporalmente le origini? In quale contesto storico, culturale o artistico? O in quale contesto protostorico o addirittura preistorico? In Italia, si fanno incominciare per solito le origini dai primitivi. Michelangelo risaliva a Giotto, del quale aveva copiato quando aveva quattordici anni il San Giovanni Evangelista. Bacon si rifaceva a Cimabue, alla Crocifissione di Cimabue, che aveva vista agli Uffizi prima che venisse danneggiata dall’alluvione, pur se ci vedeva un verme che striscia sulla croce. I pittori e gli scultori romani si rifacevano ai pittori e agli scultori greci. I pittori e gli scultori greci ai pittori e agli scultori egiziani. I pittori che oggi operano ad encausto si rifanno all’Egitto dei Faraoni. Gino De Dominicis si richiamava a Gilgamesch, l’eroe solare della mitologia sumerica, vissuto all’incirca tremila anni prima di Cristo. Leon Battista Alberti nel trattato La Pittura scrive che “gli Egizi affermano che la pittura s’usava già presso di loro seimila anni innanzi che essa fosse portata in Grecia e che venne di Grecia in Italia dopo le vittorie di Marcello di Sicilia…” (Leon Battista Alberti, La Pittura, Arnaldo Forni Editore, Venezia, I547).

Felice Pedretti si attiene alla tradizione italiana, che trova la sua fonte primaria nella Grecia dei tempi d’oro, la Grecia di Pericle, Fidia, Socrate, Platone, Aristotile.
                      
“La pittura è un destino”, diceva Matisse. Felice Pedretti nasce nel I96I in un sobborgo di Città del Capo da una famiglia singolare: il padre proviene da Pallanza (Piemonte), la madre dalla Maddalena (Sardegna), due regioni quanto mai diverse l’una dall’altra.  Esperto nel campo della metallurgia, il padre è emigrato in Sud Africa per ragioni di lavoro. Felice frequenta una scuola inglese, ma a dieci anni incomincia a disegnare e a dipingere, rivelando una istintiva tendenza all’arte. Negli anni dell’adolescenza accumula un patrimonio di immagini, sensazioni, emozioni,  di cui si avvarrà in seguito come fonte di ispirazione creativa. Nello stesso tempo  assorbe ciò che è proprio del luogo in cui si è ritrovato a vivere: la quiete, il silenzio assoluto, le distese marine e terrestri, i tramonti di fuoco, l’atmosfera magica, sospesa, metafisica, che, congiuntamente alla flora e alla fauna, determinano quello stato d’animo  nostalgico e tendenzialmente melanconico, che si suol chiamare “Mal d’Africa”. S’intitolano appunto Mal d’Africa i quadri in cui un mare blu culmina in un tramonto giallo oro che si dissolve nell’azzurro chiaro del cielo, oppure in cui  un cielo blu nel quale spicca la luna sovrasta un vaso anch’esso blu dal quale erompono fiori d’un rosso pallido su un fondo opalescente giallo-verde. I paesaggi dalla vegetazione spontanea con fiori dai colori squillanti esauriscono il suo amore per la natura.

Senonchè, nel I977, quando Felice ha sedici anni, l’incanto si rompe. La realtà segna una svolta nel suo destino. Una svolta che risponde però al nome che i genitori gli hanno dato. Dal sobborgo di Città del Capo a Roma, la città eterna, il miraggio e la meta degli aspiranti artisti di tutto il mondo civilizzato. “A Roma non ci si va ma vi si torna anche se non vi si è mai stati perché Roma è un mito dell’immaginazione universale”, diceva Jorge Luis Borges.

Superati i disagi e gli aspetti negativi di questo trapianto, il padre di Felice, Andrea, apre per il figlio diciassettenne una bottega artigianale perchè possa continuare a disegnare e a dipingere. La bottega, nella quale si fanno cornici, decorazioni, restauri, sorge sulla Nomentana, in Via di Sant’Angela Merici, la strada in cui abitano Cesare Zavattini e Angelo Maria Ripellino, il primo cineasta di grido e pittore sui generis, il secondo slavista di fama internazionale e scrittore fascinoso, autore di libri di grande successo quali Il trucco e l’anima, Praga magica, i saggi sui poeti russi. Oltre questi due prestigiosi intellettuali, nella bottega ha l’occasione di conoscere Luigi Ferrero, un artista che lavora per il Vaticano e che lo inizia allo studio dell’arte antica e dell’arte non meno difficile del restauro. Felice vede così dischiudersi dinanzi ai suoi occhi una prospettiva affascinante. Per prima cosa egli apprende che la copia era praticata da tutti i grandi artisti, da Michelangelo − il quale, secondo quanto racconta il Vasari, non esitava a trasformare dipinti di Giotto come il San Giovanni Evangelista “ in modo tale che le copie non si potessero distinguere dall’originale, facendole apparire vecchie con fumo e altri mezzi” − a de Chirico, che dopo il ritorno a Roma aveva incominciato a frequentare i musei, fra i quali la Galleria Borghese, dove  aveva avuto la rivelazione della Grande Pittura. La copia era a un tempo una forma di omaggio per i maestri e un esercizio tecnico per gli allievi, i quali miravano a impadronirsi dei segreti che erano alla base di tante opere eccelse. Felice comincia dai massimi, dalla Dama con l’ermellino di Leonardo, che Federico Zeri considerava il più bel quadro del mondo, a San Matteo e l’angelo di Caravaggio, passando quindi a opere di autori meno clamorosi ma che lo ispirano. Sin da allora egli si sente attratto da alcuni artisti contemporanei, fra i quali principalmente il fondatore della metafisica, Giorgio de Chirico, che si rifaceva anche lui agli antichi maestri, Poussin, Raffaello, Rubens. I risultati di questo periplo nel mondo antico, congiuntamente alle esperienze acquisite nel campo del restauro, sono visibili  in quadri come Metafisica, La Musa del silenzio, Il viaggio (Omaggio a Böcklin), L’isola (Omaggio a Magritte), In interiore homine,  L’apparizione, Sinfonia archeologica, Racconto della pittura, Il cielo, L’infinito che ho dentro di me, Apoteosi della pittura. Qui siamo nel pieno dominio dell’arte, in una sfera in cui la natura è pressoché scomparsa. La natura imita l’arte, diceva Oscar Wilde. Un paradosso? Fino ad un certo punto. Anche Michelangelo pensava che la natura non fosse in grado di creare i capolavori che crea l’arte.

Potrebbe sorprendere questa sorta di amour fou di Felice Pedretti per Giorgio de Chirico, che arriva sino alla ripetizione dei temi e si nota anche nei titoli. De Chirico aveva dedicato al silenzio due quadri. La torre del silenzio (I937) e La musa del silenzio (I973). Anche Pedretti gliene dedica due: La musa del silenzio e Hortus conclusus o Il Giardino del silenzio, che indica l’angolo visuale dal quale vedeva e vede il mondo. L’Omaggio all’autore dell’Isola dei morti, il quadro che piaceva anche a Hitler, ricorda l’amore che il pictor optimus nutriva per  il maestro svizzero negli anni giovanili. In interiore homine richiama l’Agostino autore di De pilchro et de apto, il saggio sulla bellezza andato perduto, nonché l’insegnamento agostiniano che la verità abita all’interno dell’uomo. L’apparizione ricorda quanto diceva il critico francese Roger Vitrac, ossia che i quadri di de Chirico non sono fatti per essere visti ma per apparire. Ma perché sorprendersi? Max Ernst, Tanguy, Magritte, Delvaux, e numerosi altri Artisti, non furono folgorati, per loro stessa ammissione, dalle opere del maestro metafisico? Ma essi hanno conquistato tutti il proprio stile, come lo ha conquistato Pedretti, che si distingue dagli altri per l’originalità della sue visioni prospettiche, per la leggiadria degli oggetti della pittura, per la preziosità dei colori.

Ma il periplo di Felice Pedretti attraverso i fasti della creatività del passato, sempre che non si voglia accettare la teoria secondo cui la storia, anche la storia dell’arte, è sempre contemporanea, non ha nulla a che fare né con la letteratura di viaggio e meno che mai con la pittura di viaggio che verranno di moda negli anni seguenti. L’eclettismo stilistico e il dinamismo culturale dei transavanguardisti hanno ben altro carattere: la prima formula equivale ad una licenza di prendere da chiunque, la seconda esclude  limiti geografici, per cui ne risulta il precetto:  prendere da chiunque dovunque. Diceva T.S.Eliot, il cantore di La terra desolata: “I mediocri imitano, i grandi rubano”.

Il viaggio di Felice Pedretti nell’arte antica tende anche a recuperare la bellezza, che sembra perduta nel mondo in cui viviamo.

Come è noto, la concezione classica secondo la quale la bellezza è armonia,  proporzione delle parti, ordine, trova una sintesi nel De Divina Proportione di Luca Pacioli, il libro illustrato con incisioni di Leonardo apparso nel 1509, ma nel 1525 il Dürer, dopo aver cercato di incontrarne l’autore, che insegna algebra a Bologna, dichiara: “ Che cosa sia la bellezza io questo non lo so”. Con questa sentenza il maestro di Norimberga, al quale Raffaello invia disegni in cambio di incisioni, mette come una mina sotto l’imponente edificio eretto nei secoli alla bellezza, che da allora comincia a vacillare, finché non crolla. Nel 1853 Karl Rosenkratz pubblica l’Estetica del brutto, contrapponendo la bruttezza alla bellezza. Dice Dostoevskij nell’Idiota: “ E’ difficile giudicare la bellezza; non vi sono ancora preparato. La bellezza è un enigma.” Ma nello stesso libro Dostoevskij fa dire al principe Myskin che la bellezza salverà il mondo. A dire il vero, non sembra che nel secolo scorso  la bellezza abbia salvato il mondo, neppure il mondo dell’arte. Marinetti proclama che una macchina in corsa è più bella della Nike di Samotracia, Picasso che una scultura negra è più bella della Venere di Milo, Malevic e Duchamp deformano la Gioconda, Bacon deforma Papa Innocenzo X di Velazquez. Barnett Newman, uno degli artisti della scuola di  New York, afferma che l’impulso di distruggere la bellezza è stata la molla di tutta l’arte moderna (conf. Reinhard Brandt, Filosofia della pittura, da Giorgione a Manritte, Bruno Mondatori, Milano 2003).

Ma Felice Pedretti dimostra con le sue opere che la bellezza rinasce dalle proprie ceneri, come l’araba fenice.

 

Da "FELICE PEDRETTI O L'ENIGMA DELLA BELLEZZA" 2011

Costanzo Costantini


Pedretti Felice
FELICE PEDRETTI Studio d'Arte © COPYRIGHT FELICE PEDRETTI 2018