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Pedretti Felice
FELICE PEDRETTI Studio d'Arte © COPYRIGHT FELICE PEDRETTI 2018
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Critica:

Enrico Nicolò, Roma, 3 marzo 2016

La pittura etica di Felice Pedretti ovvero l'eroismo di amare la bellezza

«Un pittore può essere un realista dell'irreale e un figurativo dell'invisibile » Balthasar Klossowski de Rola, in arte Balthus

Diceva Antoine de Saint-Exupéry: «Se vuoi costruire una barca, non radunare uomini per tagliare legna, dividere i compiti e impartire ordini, ma insegna loro la nostalgia per il mare vasto e infinito». Questo, in fondo, è il messaggio nascosto nelle tele di Felice Pedretti, subliminalmente e irresistibilmente percepito da chi ha avuto la fortuna di poterle ammirare.

 

Le opere pittoriche di Pedretti entrano quietamente in relazione con lo spettatore. Esse si fanno strada con garbo e discrezione nell'inconscio dell'osservatore e lo invitano al silenzio e alla meditazione. Artista di talento, con grande maestria riesce infatti a interpellare allo stesso tempo la psiche, l'immaginazione e la memoria di colui che guarda, suggestionandolo attraverso un processo evocativo che induce lo spettatore stesso a riflettere, assorto, sull'esistenza umana.

 

Felice Pedretti, nato nel 1961 in Sud Africa, nei pressi di Città del Capo, da genitori italiani, affermato pittore e apprezzato restauratore di opere antiche e di quadri di ogni tempo, manifesta numerose qualità che la critica accreditata ha indicato nella sapienza compositiva, nella profondità di visione, nel fascino cromatico e nella purezza formale, così come nella piena libertà, nel rigoroso pensiero artistico e nella sua visionarietà dai tratti inconcepibili, e come pure nella portata spirituale delle forme stesse e nel suo linguaggio da un lato adamantino e dall'altro allucinato. Ancora, la specificità delle sue visioni prospettiche, la levità degli oggetti dipinti e la preziosità materica dei colori da lui preparati e utilizzati contribuiscono anch'esse a definirne la cifra autoriale. Dotato di forte e raffinata sensibilità e di grande coscienza stilistica, con impegno e abnegazione da decenni si dedica affettuosamente alla propria ricerca artistica. In maniera coerente con la sua ispirazione e fedele ai motivi che gli sono più cari. E raccogliendo soddisfazioni, consenso di mercato e favore e approvazione della critica. Le sue opere, esposte in svariate mostre, tra cui ricordiamo l'esposizione a Roma nel 2011 a Palazzo Valentini, attualmente fanno quasi tutte parte di collezioni private, in Italia e all'estero.

 

Nel solco tracciato dalle tecniche tradizionali, anche dell'antico passato, con continui richiami alla classicità e con predilezione per i templi, le statue, le maschere antiche e i bassorilievi archeologici, nel rispetto della costruzione prospettica dei quattrocentisti, con ricorrenti riferimenti autobiografici e psicanalitici, Pedretti rivela un'originale perfezione classico-formale che si esprime nei suoi temi pittorici: nature morte, paesaggi marini e montani e ambienti interni dove compaiono sia oggetti insoliti di pregnante significato, quali clessidre, maschere di legno e conchiglie, sia strumenti di lavoro, come pennelli e libri d'arte e filosofia. La maschera come musa. Il ricorrere di libro, pennello e colori come sottolineatura del fatto che l'arte, la pittura nello specifico, vive di storia, conoscenza, memoria e mestiere.

In particolare, poi, i paesaggi di Felice Pedretti appaiono altamente significanti. I luoghi geografici delle sue tele sono metafisici perché indicano un altrove: spazi fantastici, mitologici, archetipicamente trasfigurati dalla memoria, che esprimono il mondo interiore e la poetica nostalgica del pittore attraverso elementi simbolici e paesaggi surreali, onirici, atemporali, rarefatti e sospensivi, silenziosi e riflessivi, tendenzialmente melanconici, esotici ed enigmatici, luminosi, cromaticamente vivaci e pregiati, dai toni ocra di base, sovente bruniti e dorati. E gli stessi colori, usati per i temi notturni, mostrano che anche la notte è viva.

 

È importante notare che la ricorrenza di numerosi elementi nella pittura dell'artista non è ovviamente una semplice e banale ripetizione. Essa costituisce motivo di identità e riconoscibilità, ma soprattutto è associata al persistere nel tempo di stati d'animo dell'autore, che corrispondono a un benessere veramente provato, espresso appunto nei dipinti attraverso la reiterazione di quegli elementi od oggetti pittorici che nella realtà determinano effettivamente il benessere stesso.

 

Circa la specificità dei cromatismi dei suoi quadri, il pittore stesso ha affermato: «La tecnica mi ha insegnato a usare i colori in un certo modo. Dal punto di vista espressivo, un colore può farsi interprete di un sentimento. Un azzurro può esprimere lucidità, chiarezza, freddezza, mentre un giallo è solare, quindi esprime calore. Il rosso è sanguigno e può rappresentare anche un dramma. Mi si può riconoscere attraverso i colori proprio perché io traduco costantemente ciò che sento. E siccome sento sempre intensamente tutto ciò che vedo, lo vedo bello, lo sento bello, credo che sia bello, uso la tecnica per far sì che queste due cose vadano insieme. Credo di ottenere il bello così. Cioè il colore che io uso è fondamentalmente interiore, sempre. Ecco perché bene o male i miei quadri sono caldi. L'osservatore può avvertire se io esprimo un dato sentimento o no. E può vedere la piacevolezza dell'esecuzione sia in un quadro caldo che in un quadro freddo. I colori li posso alternare in questo senso».

Ecco che allora una stanza vuota è per lo più dipinta dal maestro con colori molto freddi, tenui, spenti, per esprimere tristezza e solitudine. Quando invece in quella stanza irromperà la luce del sole, con la sua potenza, interrompendo silenzio e solitudine, i colori si faranno molto forti, caldi, focosi, addirittura tendenti al rosso, per esprimere la gioia attraverso un ambiente splendente.

 

A titolo esemplificativo, ricordiamo qui solo alcune tra le sue numerose opere: La musa del silenzio, Adamastor, Cosmo e microcosmo, Memorie d'Africa. E anche Nascita di Venere, L'apparizione, L'infinito che ho dentro di me, L'appuntamento, Il folle volo.

 

Ma quali sono gli elementi costitutivi della poliedrica personalità artistica di Pedretti, che annovera nella sua produzione anche pregevolissime riproduzioni di dipinti antichi? Dove risiedono cioè le sorgenti della sua arte composita e multiforme, iniziata all'età di dieci anni con i primi disegni e le prime pitture?

La critica ha di volta in volta individuato le origini dell'ispirazione artistica del maestro nelle fonti simboliste (Arnold Böcklin) e metafisiche (Giorgio de Chirico), nel surrealismo di René Magritte e di Salvador Dalí, nella concretezza del realismo di Pietro Annigoni, il cui atelier Felice Pedretti ha frequentato, così come quello di Gregorio Sciltian. E presso la bottega d'arte del pittore-restauratore Luigi Ferrero egli ha preso contatto con i segreti dell'arte antica già alla fine degli anni Settanta, dopo essere venuto in Italia nel 1977.

Pedretti ha altresì compiuto un personale “viaggio” di recupero della bellezza lungo la storia dell'arte. Una circumnavigazione del mondo antico e un itinerario solitario attraverso l'arte antica stessa e le vestigia della sua creatività. «Felice Pedretti si attiene alla tradizione italiana, che trova la sua fonte primaria nella Grecia dei tempi d'oro, la Grecia di Pericle, Fidia, Socrate, Platone, Aristotile» ha scritto Costanzo Costantini. La sensibilità artistica del pittore si è del resto formata di fronte ai capolavori di Caravaggio, Raffaello, Leonardo da Vinci e Michelangelo, verso il magistero tecnico dei quali egli si sente debitore, sì da rendere loro apertamente omaggio nei suoi quadri. Molti poi constatano che le opere di Pedretti trovano anche ispirazione negli scritti di filosofi e pensatori, quali Arthur Schopenhauer, Sigmund Freud e Friedrich Nietzsche.

La componente surreale delle opere di Pedretti non richiama tuttavia solo pittori come Magritte. Essa è infatti legata a un ulteriore elemento costitutivo della sua personalità, fondamentale, ovvero le sue radici sudafricane, il cui valore egli addita continuamente attraverso la memoria. Probabilmente proprio le atmosfere del Sud Africa, con i loro tipici toni di colore e con le loro particolari luci, concorrono in maniera determinante a conferire ai paesaggi di Pedretti quella specifica surrealtà che solo le sue opere posseggono.

 

In forza dei suddetti elementi, di fronte alla sintassi formale del pittore, nel corso del tempo la critica stessa ha provato a classificare e a definire sinteticamente lo stile complesso del maestro, via via parlando di realismo magico di grande respiro, di artista metafisico, di “pittore neometafisico” e, come ha osservato Raffaele Simongini, di equilibrio oscillatorio del suo realismo magico «tra classicismo rinascimentale, metafisica dechirichiana e avanguardia surrealista». Simongini stesso ha altresì affermato che «forse per Pedretti il fantastico è l'unico modo di procedere dell'arte verso una realtà magica, che, in un luogo della memoria, coniuga il classicismo del Mediterraneo con il romanticismo esotico, potente e misterioso del Sud Africa». Interessante è poi l'affermazione di Robertomaria Siena, secondo il quale Felice Pedretti «in quanto “pittore neometafisico”, non può non affermare […] l'esistenza dell'inesistente e l'inesistenza dell'esistente», in accordo al fatto che, sempre secondo Siena, «la ragione di Pedretti è il non-essere e la non-relazione».

In considerazione del fortissimo interesse che il pittore nutre per la realtà si è parlato perfino di iperrealismo, ma, come ha precisato Maria Teresa Benedetti, di «un iperrealismo che confina con valori metafisici, volti a indicare componenti simboliche». In altri termini, l'iperrealismo di Pedretti è da intendersi eminentemente in senso tecnico, poiché il suo mondo, silenzioso, non è un mondo fenomenico, “visibile”, che risponde alle leggi “rumorose” della fisica, a un ordine logico e razionale e al senso comune. Il suo universo, interiore, è concettuale e immaginifico e non è in espansione, bensì “conclusus”, chiuso, come il suo “hortus”, giacché è uno spazio separato della tela progettato per stare al riparo dalla quotidianità, dagli eventi accidentali della realtà sensibile. Ecco che allora anche le parole di Tiziana Todi appaiono chiare e illuminanti: «Le sue immagini speculari con i singoli oggetti ben disegnati, diversi tra loro, appaiono spesso come un discorso illogico e irrazionale. Messi insieme in maniera apparentemente disordinata […] l'immagine incoerente come strumento della realtà, come un folle sogno […] Un mondo irreale che per “assurdo” conosciamo da sempre, fa parte del nostro inconscio».

 

Alla luce di quanto fin qui ravvisato e, soprattutto, davanti all'articolazione della poetica del pittore e al caleidoscopio della relativa declinazione estetica, ci siamo chiesti se ci sia un elemento invariante, ricorrente, trasversale rispetto all'intera produzione pittorica di Felice Pedretti, comune a tutte le attività artistiche e artigianali che il maestro conduce nel suo studio d'arte di Roma, nonché proprio e caratteristico della sua stessa personalità artistica e umana. Non ci pare azzardato rispondere che il denominatore comune delle sue manifestazioni espressive sia l'amore. E che la particolare natura di tale amore, insieme alla sua coniugazione nelle forme in cui esso stesso si rivela, sia ciò che, al fondo, meglio specifica e identifica come unico e originale il contributo artistico del pittore, suscitato dalla personale tensione umana che ne è alla base.

Sì, perché Pedretti anzitutto crede profondamente che l'amore sia la vera forza dell'uomo, forza capace di promuovere la persona e di concorrere a cambiare il mondo, come egli stesso afferma: «L'amore è quello che sovrasta tutto. Tutto. Qualsiasi cosa: bellezza, conoscenza, intelligenza, cultura. Quando c'è l'amore arrivi dappertutto». Egli poi adora l'antichità, ama la tradizione e se ne definisce «umile servo», ama la natura, ama la realtà a tal punto da essere stato definito addirittura iperrealista, come annotavamo, ama l'arte e ama la bellezza e, di questa, ama il suo enigma, cosa che peraltro rende misteriosa ed enigmatica l'arte stessa del pittore. È affezionato agli strumenti e agli oggetti della sua arte, che con dedizione seleziona, cura, conserva e, dicevamo, riproduce iterativamente sulle sue tele. Egli nutre poi profondo amore per le citate radici sudafricane, del quale amore il suo “mal d'Africa” è prova e misura. Ma non è tutto. Il maestro ama «portare a tutti un po' di benessere attraverso il bello» espresso nelle sue opere, attitudine che qualifica l'arte pittorica di Felice Pedretti — non esitiamo minimamente a lanciarci in questa definizione — come un'arte etica, al servizio dell'uomo, cosa che sta a indicare che Pedretti non si limita ad amare il mezzo espressivo che egli utilizza e l'oggetto del mezzo stesso, ma si spinge manifestamente ad amare il destinatario ultimo della sua opera, ovvero l'essere umano, di cui pure si pone al servizio. Dunque, la sua è una pittura etica e terapeutica.

 

Riteniamo che, specie nel mondo attuale martoriato da orrendi eventi, per riportare al centro della propria riflessione la bellezza e per esprimerla e donarla al pubblico attraverso un mezzo artistico si richieda coraggio, molto coraggio. Anzi, di più. È convinzione di chi scrive che, anche in considerazione delle derive dell'arte contemporanea prodotte dalla lacerante separazione tra estetica e arte soffertasi nel Novecento, amare la bellezza, oggi, amarla sinceramente col sacrificio di sé, donando se stessi nell'arte attraverso l'apertura al pubblico della propria realtà interiore, sia un atto eroico. Non certo un gesto storico, unico e irripetibile, foriero di gloria e onori, ma pur sempre un atto “storico” che afferisce alla sfera degli eroismi quotidiani, che non sono solo appannaggio degli artisti, ma restano alla portata di tutti gli uomini. Atti, questi, spesso silenziosi e nascosti alle grandi ribalte, anch'essi “estremi”, pur nella loro semplicità e minimalità, perché hanno a che fare, in qualche misura, col dare se stessi e la propria vita a vantaggio di qualcuno. Riaffermare la bellezza nell'arte, sovente “anacronisticamente”, corrisponde allora a una decisione coraggiosa, così come quella, oggi, di spingere una carrozzina con un bimbo o rimanere fedeli a un progetto d'amore e di vita a suo tempo intrapreso e concordato, nonostante le difficoltà e le incomprensioni. In fondo, si tratta di gesti eroici in quanto “ultimi”, escatologici, che riguardano in qualche modo la “salvezza” del mondo.

Se lo scrivente, con ciò, si espone al rischio di essere tacciato di retorica, egli lo fa senza troppi timori, nello specifico, perché consapevole dello spessore artistico e della statura morale del nostro pittore. Chi scrive, infatti, ha goduto del piacere, del privilegio e dell'onore di conoscere Felice Pedretti, persona d'“altri tempi”, e di frequentarne lo studio almeno dall'inizio degli anni '80, avendo così avuto modo di apprezzarne le doti artistiche e le qualità umane. La rettitudine morale, l'onestà intellettuale, l'umiltà, la bontà d'animo, la generosità, l'affabilità, l'attaccamento ai valori tradizionali, primo tra tutti l'amore per la famiglia. E poi, rientrando al centro dell'argomento di queste righe, la professionalità, la competenza, la meticolosità, l'esperienza guadagnata sul campo in lunghi anni di lavoro e creatività. Tutte capacità e attitudini rivelatesi, appunto, durante una frequentazione professionale ultratrentennale, evoluta poi in amicizia e collaborazione artistica.

 

Ultimamente abbiamo fatto visita al pittore presso il suo studio d'arte e abbiamo potuto visionare il suo nuovo e ampio progetto destinato a tradursi, in particolare, nella programmata mostra personale che presto l'artista esporrà a New York presentando opere realizzate su tela, sia a olio, sia in tecnica mista, tempera all'uovo e olio. È stato un incontro intenso e piacevole, ricco di spunti, che ci ha permesso di approfondire ulteriormente le note peculiarità dell'arte del maestro e, allo stesso tempo, di venire a conoscenza dei più recenti sviluppi della sua stessa produzione artistica.

 

Abbiamo così appreso che l'elemento comune a tutte le nuove opere in corso di realizzazione è il feeling, ovvero il sentimento dell'uomo, la sensazione. Volendo schematizzare, all'interno di questo filone si possono poi individuare tre tematiche strettamente interconnesse.

Una è più legata ai ricordi e alla memoria. Qui hanno un ruolo centrale la nostalgia per le terre d'origine e dunque il “mal d'Africa”, ma anche la memoria del tempo nostro, della nostra storia. «In parte è memoria mia intima — ha affermato il pittore —, in parte è un recupero della memoria dell'uomo» e del patrimonio culturale e artistico ereditato.

Un'altra tematica riguarda le sensazioni in senso stretto, intime, quelle della sfera della passione, della voglia di vivere. «Voglio far rinascere la pittura attraverso la bellezza e le sensazioni che a essa sono legate. Si tratta di tantissimi elementi connessi tra loro: la passione, la bellezza, l'interiorità, il ricordo. Tutte queste cose concorrono a far sì che venga fuori una pittura bella da vedere. Non è una cosa solo mentale, ma anche correlata alle sensazioni che provo in relazione alla bellezza. La passione è senz'altro quella amorosa, ma è anche più in generale legata all'aderenza alla vita e alla vitalità che si può sperimentare nella vita stessa».

La terza tematica, forse la più nuova, è riconducibile alla condizione esistenziale di solitudine e isolamento.

Pedretti si è soffermato sulla passione che tutti proviamo, intima della persona, in quanto, come detto, importante aspetto distintivo della produzione pittorica pensata per gli USA, caratterizzata sia da una maggiore interiorizzazione, sia, appunto, da una sensualità che prima non era così presente. «In questi ultimi anni provo molta passione per il sentimento umano e per l'emozione. E attraverso questa passione cerco di esprimermi con vigore. È quasi un'evoluzione naturale della mia pittura. E il “pretesto” della metafisica mi aiuta a raccontare una realtà che non è proprio una realtà. La passione mi porta dunque a enfatizzare tutto ciò che sta dentro il dipinto». Al riguardo l'artista ha ancora affermato: «Tutti avvertiamo qualcosa vedendo il bello. Quindi nasce ed emerge la passione. Sentimento, sensazione, attrazione. Credo che la pittura mi dia questa forza».

 

Osservando alcune delle opere progettate per l'esposizione negli Stati Uniti abbiamo trovato sia elementi nuovi, sia aspetti ed elementi già noti dell'iconografia di Pedretti: la stanza, la stanza vuota, la solitudine, assoluta o meno, la luce del sole, labbra e occhi femminili ingigantiti, particolari archeologici, ambienti interni silenti quasi da natura morta. E il consueto gioco di dentro e fuori, che è mentale, ma anche sentimentale. A tal proposito, l'artista ha detto: «Quello che hai dentro non lo racconti a tutti. Io col pretesto della pittura riesco a raccontare quello che sento attraverso la bellezza. La parte intima, cioè, è quella che nessuno rivela. Io invece la voglio raccontare come penso tutti la sentano. Nessuno esprime in modo verbale come vede le labbra o gli occhi di una donna. Io con la scusa della pittura posso farlo. Con una vena di metafisica». Particolarmente suggestivo, al riguardo, è il dipinto metafisico I tuoi occhi come le stelle, dove le stelle del cielo, trasferitesi in una stanza priva di tetto, appaiono deposte a livello del pavimento, al di sotto di due splendidi, enormi occhi femminili che occupano interamente un quadro di grandi dimensioni appeso a una parete.

Molto interessante è poi il commento di Pedretti a un elemento nuovo della sua pittura, la rondine, che compare nel suo dipinto Sognando la felicità: «La rondine rappresenta la felicità, il sogno, il rinnovamento della vita, il ritorno della primavera, quindi la speranza nuova. È un elemento nuovo in un mio dipinto. La rondine si appoggia sul libro del “Codice del Volo” di Leonardo. È un sogno, un pensiero. E attraverso la finestra c'è il volo. C'è lo spazio, il vuoto, il celeste».

Altrettanto coinvolgente è la sua analisi del “pensatore”, che, presente nel medesimo quadro, appare anche in altri dipinti, tra cui Metafisica: «Il pensatore che sta su un libro della metafisica accanto a un quadro di de Chirico, metafisico, sta a indicare anche il ritorno all'uomo che pensa a ciò che sta facendo. Io stesso dipingo, ma prima penso a ciò che faccio. È un processo elaborativo. Per cui tutto ciò che faccio lo penso, lo maturo nell'arco di giorni, mesi, a volte anni».

E ancora: «È importante il silenzio in un uomo perché con la mente lui può fare ogni cosa. L'introspezione ci riguarda tutti. C'è sempre un momento in cui siamo soli e pensiamo. E lì la solitudine può avere due valori: un valore triste e un valore di introspezione. La maschera per me indica di più l'introspezione perché è quella forma che tutti abbiamo ogni giorno, dove non sempre siamo noi stessi, però il dito che la maschera stessa porta alle labbra indica che dobbiamo comunque prestare silenzio, guardare di più, osservare meglio, ascoltare di più. Contemplare». In questo senso, l'arte del nostro pittore non è didattica o didascalica, per così dire, ma è comunque un'arte maieutica e di condivisione del sentire.

 

Su interno ed esterno, ovvero dentro e fuori, due luoghi in qualche modo presenti in tutte le tematiche dell'autore, Felice Pedretti si è soffermato a lungo, teorizzando di fatto, a nostro avviso, quello che, a ben vedere, ci sentiremmo piuttosto di definire qui come modello tripartito dello scibile pittorico ed esistenziale dell'artista. Tale modello visivo e mentale si articola in quelli che, praticamente, sono i tre ambiti o ambienti sostanzialmente intercomunicanti che in certa misura compaiono via via lungo l'arco della produzione del pittore: la stanza, del tutto chiusa oppure socchiusa, l'ambiente intermedio costituito dal giardino circondato da muri che non escludono lo sguardo e l'accesso verso l'esterno e, infine, il mondo al di fuori. Ma leggiamo direttamente al riguardo il pensiero stesso del maestro: «Quello che è al di qua del muro del giardino è il mondo interiore, quello che è al di là è il mondo esterno. Il giardino rappresenta un luogo chiuso, ma non sigillato. C'è comunque una parte aperta dove l'uomo può con la mente volare, andare oltre. Non sei in una stanza totalmente chiusa. Sei in un ambiente pressoché aperto, ovvero parzialmente chiuso perché c'è un muro di confine, che è metafora dell'ambiente chiuso in cui ciascuno di noi vive. La parte esterna è quella in cui tutti noi ogni giorno vorremmo evadere. Vedendo la parte esterna una persona è confortata perché sa che prima o poi potrà raggiungere le mete desiderate. Il cielo poi è la parte più bella perché è sopra di noi. Il dentro e il fuori sono dunque a contatto e dialogano tra loro. Il giardino stesso, il chiostro, è l'elemento che mette in comunicazione il dentro e il fuori perché in esso li vedi tutti e due. È l'ambiente perfetto. Il muro di cinta è valicabile e simbolico perché tutti abbiamo dei muri intorno. Il cielo sopra indica che c'è la possibilità di valicare il muro. In una stanza no. La stanza è chiusura, nonostante porta e finestre. In una stanza l'esterno si vede appunto solo tramite una finestra, dunque un foro. Io ho però bisogno di uscire, tanto è vero che la stanza che dipingo può avere il soffitto aperto, sfondato. Quando c'è una stanza si accentua il senso della solitudine e dell'isolamento rispetto a quanto avviene nel giardino, per quanto esso possa essere cinto da mura. La stanza è un ambito circoscritto e la porta della stanza indica forse la speranza. La porta può essere chiusa o socchiusa, a indicare la possibilità di uscire da quell'ambito. Anche qui c'è una metafora. La stanza è quella piccola parte della nostra mente, che noi teniamo nascosta, forse. Ognuno di noi sa dove essa sta. È quella parte della solitudine che noi, per dolore, sofferenza e dispiacere, finiamo anche per desiderare, ma dalla quale, potendo, vorremmo restare lontani. È un'“ultima stanza”. La stanza nascosta».

 

Tornando a considerare l'assoluta centralità della bellezza nella poetica di Felice Pedretti, si può senz'altro affermare che la costante e instancabile ricerca della bellezza stessa, che Robertomaria Siena sostiene essere la «passione totalizzante» di Pedretti, è ciò che caratterizza anche tutte le opere nuove ed è ciò che si vuole porre in evidenza con esse, offrendolo al pubblico. Ecco cosa dice al riguardo l'artista: «La passione porta alla bellezza. Il ricordo del passato porta anch'esso alla bellezza. Io non voglio stupire nessuno. Non dipingo per stupire nessuno. Lo faccio per far provare quello che provo io. Io oggi ho delle sensazioni un po' diverse da prima, che cerco di esprimere di più attraverso la passione e la forza interiore, la passione vera, quella sanguigna, quella pulsante, quella del cuore. E attraverso la sensazione. Oggi secondo me l'uomo prova più sensazioni di ieri perché l'immagine suscita sicuramente più sensazioni».

 

A questo punto è venuto naturale chiedere al maestro cosa sia per lui la bellezza. Suggestiva e positivamente disarmante, nella sua verità e schietta semplicità, la spiazzante risposta: «La bellezza secondo me è quella sfera mentale — perché la mente fa tutto, a mio parere, sempre —, quella cosa che hai dentro di te e che senti bella quando la incontri. Tu puoi anche essere innamorato di una donna, innamorato e non glielo dici mai però. E resti con quell'idea. Non necessariamente dici a quella persona o agli altri intorno a te che la bellezza è quella. La provi, la senti. Quindi può essere un bel quadro, una bella donna, delle belle labbra, un cielo stellato, tutto ciò che ti emoziona, che ti commuove anche un po', che ti fa sentire qualcosa di bello dentro, appunto. Ognuno di noi ce l'ha. Ognuno prova la stessa cosa. È la contrapposizione al brutto. Anche se è difficile distinguere il brutto dal bello dal punto di vista figurativo. Ci sono persone che non sono bellissime, ma sono belle proprio come persone. E tu noti una bellezza anche interiore, che a volte è superiore a quella esteriore. Una persona che non vede, per esempio, ha il dono proprio di vedere meglio di noi, secondo me. Cioè vede tutto da dentro. Riesce a vedere tutto ciò che è intorno dall'interno, da dentro di sé. Riesce a immaginarselo. Quindi il bello è tutto da scoprire, ancora. Comunque, quando tu senti una cosa bella, quando provi un brivido, quando provi una sensazione, quando provi gioia, quello è bello, quella è la bellezza». E ancora: «Rappresentare la bellezza è molto difficile, perché non è solo un fatto estetico, è un fatto proprio di come la senti tu. La bellezza è complicata».

 

Una volta conosciuta la produzione di un artista contemporaneo e dopo avere letto ciò che di lui è stato scritto, sorge spesso spontanea la curiosità di conoscere come l'artista sente se stesso, al di là delle definizioni, classificazioni ed “etichette” che inevitabilmente la critica ufficiale, pur giustamente e doverosamente, ci fornisce. È questo un desiderio legittimo che, in parte, scaturisce forse da un piccolo dubbio che talvolta ci si affaccia insinuando in noi il sospetto o il timore che talora le categorizzazioni canoniche, intellettualmente rassicuranti, rispondano soprattutto alla nostra ansia di voler e poter schematizzare ogni fenomeno, incasellandolo e mantenendone il controllo. Con tale leggera perplessità, cioè con la timida idea che a volte le cose possano essere più semplici dei modelli che le interpretano, abbiamo dunque chiesto a Felice Pedretti di dirci chi, a suo parere, è lui come pittore, come definirebbe se stesso e come personalmente si vede come artista. Lo abbiamo fatto, tra l'altro, perché la possibilità di accedere direttamente alla fonte è un'opportunità stimolante e accattivante, in grado di riservare piacevoli sorprese. E anche in questo caso la nostra aspettativa non è stata delusa: «Credo che mi definirei un pittore umile servo della tradizione. Ho avuto la fortuna di conoscere maestri molto grandi, molto importanti, che mi hanno un pochino preparato la base per potermi avvicinare alla nostra storia, alla tradizione antica. Basti pensare ad Annigoni, che desiderava il disegno perfetto, la conoscenza dell'anatomia, della figura e dunque della forma. Quindi umilmente penso di essere questo: uno strumento per portare a tutti un po' di benessere attraverso il bello di vedere le cose. Il pittore, in fondo, racconta se stesso attraverso la rappresentazione di qualche cosa, ma racconta anche le storie delle persone, le emozioni delle persone, le loro vicende, i loro dispiaceri, le loro gioie. Credo di essere un artigiano della pittura, che conosce bene il mestiere — perché mi sono dedicato tutta la vita a questo, non ho fatto altro —, e quindi credo di essere un buon strumento, un pretesto, diciamo, per cui tutti possono magari venire a guardare le mie opere e dire: “Oh, guarda come si sta bene vedendo queste cose qui!”. Cioè un artista che attraverso questo dono, chiamiamolo così, riesce a raccontare ciò che riguarda lui e le persone che lo circondano, tutto ciò che è sentimento, è sensazione, è provare qualcosa. La pittura è il modo più umile, più sincero per raccontare a tutti cosa io sento dentro di me. Perché sono convinto che la provano anche loro. Tutto qui. Prima mi consideravo un pittore figurativo e metafisico. Avendo conosciuto nello stesso periodo de Chirico, Sciltian e Annigoni ero combattuto tra la metafisica, che era molto “di testa”, e la pittura prettamente figurativa, quella realistica, e mi definivo un pittore figurativo, diciamo così. Poi con l'andar del tempo le varie forme espressive si sono armonizzate. Io ho questo strumento qui per raccontare quello che so. Il disegno, la forma, la pittura stessa, il mestiere, che mi è servito proprio per raccontarlo in questo modo. Credo che sia questo per me il fatto di essere pittore oggi. Cioè quasi metabolizzare ciò che mi circonda. E noi siamo circondati da tanti dolori — la società di oggi non è una società felice —, siamo turbati da una miriade di problemi — il terrorismo, addirittura —, quindi siamo afflitti da questi pensieri, un po' tristi, dolorosi. È come se io riuscissi a prendermi queste brutture, diciamo così, e a mandarle giù tutte, per poi vedere che la gente, che intorno sorride così poco, guardando le mie cose alla fine sorride. Osserva e sorride. Certe volte mi sembra di sentirmi preso in giro, come se dicessero: “Ma guarda questo che ancora pensa di dipingere! Oggi che siamo quasi nel 2020. Ancora pensa che la pittura sia qualcosa di utile? A che serve?”. Ma io penso di sì, però. Perché poi vedo che sorridono. Indicano. Quindi questo vuol dire che l'uomo è vivo! Quando vede qualcosa è vivo».

 

Riprendendo quanto detto all'inizio, ci sentiamo sinceramente di sottolineare che la pittura di Pedretti possiede una notevole capacità immersiva e ipnotica. Essa ha cioè un forte potenziale proiettivo in grado di intercettare e catturare la mente e l'immaginazione dello spettatore, attirandolo in modo suadente, con dolcezza e lusinghe, in una sorta d'estasi fiabesca. In un magico incanto. In un cosmo fantastico, meraviglioso, attrattivo, in cui gli elementi familiari della nostra quotidianità, arte, storia e cultura sono dislocati e rimescolati in un “dis-ordine” che obbedisce solo ed esclusivamente alle arcane leggi, “oltre la fisica”, della cosmologia interiore pedrettiana. Là, dove, però, con stupore e piacere, ritroviamo, trasformati, proprio i nostri sogni dispersi, le nostre attese disilluse e i nostri sentimenti vanificati, ma anche le nostre speranze segrete. Insieme alle nostre radici antiche.

In questa lucida e coerente surreale visionarietà figurativa risiede una delle principali ragioni di importanza di questo autore, che va a segno con sicurezza ed efficacia, dritto al centro del cuore e dell'immaginario di chi guarda.

Ciò, grazie anche e soprattutto alla sua sapiente maestria tecnica. Ineffabili trasparenze cristalline e stupefacenti riflessi lunari sul mare sono solo due esempi di un'arte pittorica studiatissima e raffinatissima, dove i cromatismi, anch'essi ricercatissimi, conferiscono sensualità e incredibile tridimensionalità tattile alle forme mirabilmente disegnate e levigate e magistralmente illuminate. Non ci resta allora che constatare, con riconoscente ammirazione, che risulta brillantemente dimostrato il “teorema di Pedretti” sull'interconnessione di sensazione, sentimento, passione, bellezza, interiorità e memoria. In pittura, come nella realtà.

 

Il versetto 20 del capitolo 11 del libro del Siracide dice: «Sta' fermo al tuo impegno e fanne la tua vita, / invecchia compiendo il tuo lavoro». Ci sembra di poter vedere rispecchiata in questo invito esortativo l'esistenza professionale e umana di Felice Pedretti. Egli non incarna infatti l'artista eccentrico, del tutto imprevedibile, fatto di genio e sregolatezza, bensì l'uomo creativo, di sicuro talento, che con umiltà, studio, applicazione, professionalità, dedizione e passione consacra la sua vita all'arte. Con sacrificio e disciplina. Questo, anche, configura l'impegno di Pedretti come una sorta di missione in favore dell'essere umano. Non sono cioè solo i contenuti edificanti oggetto delle sue opere e i lodevoli scopi “solidali” del suo operato a rendere altamente morale il suo contributo come autore. Sono anche la dignità stessa del suo lavoro, come di ogni onesto mestiere, e, dicevamo, la commovente sistematicità con cui orienta il suo estro e la sua maestria a indicarlo come un artista emblematico, che con la sua ispirazione si pone al servizio degli altri. Papa Francesco ha scritto: «Se riesco ad aiutare una sola persona a vivere meglio, questo è già sufficiente a giustificare il dono della mia vita». Con ciò ha a che fare la pittura etica del nostro artista.

E non possiamo non annotare, infine, per dovere di testimonianza oculare, che davvero l'amore di Felice Pedretti per la bellezza e per la sua arte gli permette di proseguire e di progredire costantemente, in questi tempi così difficili, nonostante le dure vicende della vita, che non riparmiano nessun uomo. La passione interiore di Pedretti, dopo ogni suo dolore, riappare di nuovo come un fuoco incontenibile. Come il sole rosso della sua tela che irrompe esplodendo in quella stanza interna per riportare nuovamente la luce.

Pedretti Felice
FELICE PEDRETTI Studio d'Arte © COPYRIGHT FELICE PEDRETTI 2018