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Pedretti Felice
FELICE PEDRETTI Studio d'Arte © COPYRIGHT FELICE PEDRETTI 2018
Critica

FELICE PEDRETTI E L’ORIZZONTE DEL SILENZIO - Robertomaria Siena

“ Sto seduto nel centro della stanza,
e tra me e il muro ho collocato una
elaborata finzione culturale: un
dipinto. Lo ammiro, sebbene mi sia
impossibile intendere che mai esso
raffiguri”.
G. Manganelli


Un frammento di Euripide riporta che solo una falsa Elena, cioè un’immagine illusoria, è stata condotta a Troia da Paride; la vera Elena sarebbe rimasta nascosta in Egitto. Il bello è che, per questo fantasma, si è combattuta la decennale guerra di Troia; secondo un tale frammento, dunque, il non-essere è più vero e consistente dell’essere. Ora è esattamente questa la posizione di Felice Pedretti il quale, in quanto pittore neometafisico, non può non affermare, appunto, l’esistenza dell’inesistente e l’inesistenza dell’esistente. Va da sé che l’inesistente non può stare accanto al rumore e allo strepito che sempre accompagnano il fenomeno; ecco dunque Hortus conclusus che vede la statua accennare eloquentemente al gesto del silenzio. Silenzio e “chiusura” evidentemente in Pedretti si richiamano a vicenda; che intendiamo per “chiusura”? Questa altro non è se non lo spazio separato del quadro che prende le distanze dalla realtà-rumore. In questo modo l’artista si scaglia contro la “strategia dell’impurità” celebrata dalle Neoavanguardie e ribadisce che, per lui, al di fuori della pittura,nulla salus. Pedretti conosce bene la teoria arganiana della morte dell’arte, ma ritiene che il pittore debba comunque rimanere invischiato nelle spire mirabolanti della pittura. Da qui il ripetersi del libro e del pennello. Il libro, non a caso, è quello di Cennino Cennini; dunque la pittura non può separarsi dalla storia, dal mestiere e dalla memoria. Ancora da qui il necessario e conseguenziale richiamo alla classicità che fa bella mostra di sé nella Sinfonia archeologica. Ovviamente la classicità evocata da Pedretti non conosce alcuna certezza apollinea. Alla Sinfonia, infatti, accosta Il Labirinto in modo che non ci siano dubbi sul fatto che l’arte è dichiarazione del non-essere e della non-relazione; cioè è dimostrazione di quell’inesistente che trova nel labirinto la sua stralunata dimora. Ora tutto questo non basta; l’artista neometafisico vuole essere ancora più chiaro; per questo tuffa ogni sua pagina all’interno di un linguaggio adamantino e allucinato. Vediamo di che si tratta.
                                Il cristallo che segna l’intero arco della produzione del nostro, si presenta come dotato di una durezza e di una solidità che non possono essere minimamente rimosse. Ecco dunque la leva che serve all’artista per inserirsi nella discussione sollevata da Arthur Danto. Il filosofo e critico americano sostiene che dalla Pop Art in poi, l’oggetto artistico non è più distinguibile dall’oggetto comune. Pedretti accelera ed esaspera invece, attraverso il diamante dell’opera, la distanza dell’arte dalle cose le quali, per lui, sono ontologicamente consegnate nelle mani opache dell’abbandono e della deiezione. Sulle cose ridotte ad ombra, si erge, trionfante come Perseo sulla Medusa, la corazza splendente e surreale della pittura la quale, proprio per questo, rivendica per sé lo statuto della verità. Una verità la quale, pur celebrando, come abbiamo visto, nient’altro che l’inesistente, possiede ed esibisce una assolutezza che i dadaisti volevano cancellata, e che invece, per Felice Pedretti, rimane il cuore regale ed insostituibile dell’arte.

 

Robertomaria Siena Roma, Maggio 2009

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