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FELICE PEDRETTI Studio d'Arte © COPYRIGHT FELICE PEDRETTI 2018
Critica

Felice Pedretti: Evocazione del mito nel paesaggio marino sudafricano tra sogno e realtà. Raffaele Simongini

Constable, il grande pittore inglese, spiegò con un aforisma il rapporto fondamentale tra la pittura e la riproduzione della realtà: “L’arte dà piacere con il ricordo non con l’inganno.”
L’arte è un processo evocativo, non una semplice e ingannevole imitazione della realtà. Quindi sarebbe interessante comprendere il ruolo della memoria visiva mentre lo spettatore osserva un quadro e soprattutto quando l’artista lo dipinge.
Forse il termine “evocazione”, inteso come particolare suggestione psichica e libero gioco delle facoltà dell’immaginazione e della memoria, esprime l’essenza stessa della pittura. Tale corollario si adatta bene all’arte di Felice Pedretti, restauratore di opere antiche e artista di talento.
La sua pittura rinnova con tecniche tradizionali un tema iconografico piuttosto consueto nella storia dell’arte: il mare.
A partire dal Quattrocento, il mare appare come sfondo o come soggetto principale per rappresentazioni liberamente ispirate a temi classici e mitologici; tra la fine dell’Ottocento e i primi del Novecento (soprattutto con Arnold Bocklin e Giorgio De Chirico) declina su tematiche simboliche e metafisiche. Partendo da queste fonti, Pedretti percorre un itinerario personale denso di riferimenti autobiografici e psicanalitici. Nei paesaggi marini, ad esempio, raffigura costantemente il promontorio peninsulare di Città del Capo, in Sud Africa. Tale particolare iconografico svela in maniera sorprendente il mondo interiore e poetico del pittore.
Per Pedretti il promontorio di “Cape Town” riproduce l’immagine mitologica di un luogo geografico, spazio fantastico trasfigurato dalla memoria in un archetipo. In fondo è una evocazione di quella terra lontana, dove è nato da genitori italiani.
Secondo una leggenda sudafricana quella penisola rocciosa che domina il Capo di Buona Speranza raffigurerebbe il gigante Adamastor. Ma chi è questa strana creatura della mitologia greca così importante per il folclore sudafricano?
Adamastor fu l’unico dei Titani che non partecipò con i fratelli alla scalata dell’Olimpo contro Zeus e gli dei e scelse di combattere Posidone per la conquista del mare. Quando il titano si innamorò della ninfa Tetide, figlia di Nereo e Doride, ella rifiutò il suo amore. Un giorno Adamastor provò a prenderla con la forza, ma si scontrò con l’astuzia di Doride, alleata di Zeus, che gli giocò un brutto scherzo: la madre della ninfa, conoscendo la stoltezza del gigante, finse di inviargli la figlia. Il titano, ottenebrato dalla passione, credette di abbracciare Tetide, mentre in realtà stava stringendo le rocce del promontorio con tanto ardore che egli si tramutò in pietra.
Adamastor si fuse con le rocce del “Capo Tormentorio” e ne divenne il guardiano, quello stesso guardiano che, secondo una leggenda portoghese, tentò di impedire a Vasco de Gama la circumnavigazione del Capo di Buona Speranza.
Dal limite estremo dell’Africa, lì dove gli oceani si scontrano in un duello maestoso tra forze della natura sotto il promontorio di Adamastor, Pedretti compie un viaggio mitico, verso le acque più quiete del Mediterraneo, dove nasce l’arte classica. Nella sua pittura, infatti, si osserva la rigorosa costruzione prospettica dei quattrocentisti. Inoltre, le frequentazioni degli atelier di Gregorio Sciltian e Pietro Annigoni hanno iniziato Pedretti ad uno stile tecnicamente raffinato, in cui il realismo magico delle sue opere oscilla elegantemente tra classicismo rinascimentale, metafisica dechirichiana e avanguardia surrealista.
Nel quadro intitolato “Sogno”, ispirato a Magritte, la roccia, priva di peso, si trasforma in un miraggio della sua terra natia (ancora il profilo del promontorio di Adamastor); mentre in altre opere affiora l’infuenza di Dalì che suggerisce una “surrealtà” del paesaggio plasmata da Pedretti con luci, colori e atmosfere tipicamente sudafricane.
Felice non interpreta il Sud Africa come luogo di sofferenza e di dolore dell’Apartheid, ma lo idealizza attraverso una rappresentazione onirica, senza tempo, in cui la nostalgia della terra lontana pervade le rarefatte e sospese immagini marine, dipinte con luminosità e toni cromatici dorati.
L’artista dipinge spesso gli strumenti del mestiere e alcuni oggetti insoliti, inseriti nei paesaggi marini, quasi metafisici e ormai familiari: il libro di pittura di Cennino Cennini, compendio della tecnica pittorica e il suo pennello; la conchiglia, perfetta nella sua purezza formale e nella sua posa surreale; la clessidra, che misura il Tempo immobile estraneo alla storia; la maschera, musa e summa poetica dell’artista, che invita gli astanti al silenzio ed a una tregua del pensiero; e infine, il chiostro medioevale,  ambiente architettonico chiuso e protetto, che separa il pittore da quel mare così remoto e malinconico (“Mal d’Africa”).
Forse per Pedretti il fantastico è l’unico modo di procedere dell’arte verso una realtà magica, che, in un luogo della memoria, coniuga il classicismo del Mediterraneo con il romanticismo esotico, potente e misterioso del Sud Africa. In quest’atmosfera gli oceani e le culture si incontrano al cospetto del titano di pietra Adamastor, così descritto dal grande poeta portoghese Luis de Camoes ne “I Lusiadi”:

“Io sono il Capo sconosciuto e grande
Da voi denominato Tormentorio,
che agli antichi Pomponio, Plinio il Grande
Strabone e Tolomeo non fui notorio.
D’Africa chiudo le postreme lande,
con questo inesplorato promontorio,
che verso il Polo Antartico si estende,
e che la vostra audacia adesso offende.
Trasformata la carne in terra dura
E sono le ossa rupi divenute;
le gran membra che vedi e la figura
eretta, son dall’acqua contenute.
Così la gigantesca mia statura
Il Promontorio assunse: le dirute
Rocce acuiscon la mia dura pena
Quando Teti a nuotar le Ninfe mena”.

Raffaele Simongini Roma, Novembre 2007

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