Felice Pedretti | Painter – Sito web personale di Felice Pedretti artista e pittore

   CRITICA

CRITICA
Costanzo Costantini
FELICE PEDRETTI O L'ENIGMA DELLA BELLEZZA
Scriveva nel I9II Egon Schiele, il pittore austriaco amato da Klimt. “L’arte non può essere moderna. L’arte torna eternamente alle origini”. Una intuizione geniale, specie per un pittore appena ventenne. Ma dove collocare temporalmente le origini? In quale contesto storico, culturale o artistico? O in quale contesto protostorico o addirittura preistorico? ► In Italia, si fanno incominciare per solito le origini dai primitivi. Michelangelo risaliva a Giotto, del quale aveva copiato quando aveva quattordici anni il San Giovanni Evangelista. Bacon si rifaceva a Cimabue, alla Crocifissione di Cimabue, che aveva vista agli Uffizi prima che venisse danneggiata dall’alluvione, pur se ci vedeva un verme che striscia sulla croce. I pittori e gli scultori romani si rifacevano ai pittori e agli scultori greci. I pittori e gli scultori greci ai pittori e agli scultori egiziani. I pittori che oggi operano ad encausto si rifanno all’Egitto dei Faraoni. Gino De Dominicis si richiamava a Gilgamesch, l’eroe solare della mitologia sumerica, vissuto all’incirca tremila anni prima di Cristo. Leon Battista Alberti nel trattato La Pittura scrive che “gli Egizi affermano che la pittura s’usava già presso di loro seimila anni innanzi che essa fosse portata in Grecia e che venne di Grecia in Italia dopo le vittorie di Marcello di Sicilia…” (Leon Battista Alberti, La Pittura, Arnaldo Forni Editore, Venezia, I547). Felice Pedretti si attiene alla tradizione italiana, che trova la sua fonte primaria nella Grecia dei tempi d’oro, la Grecia di Pericle, Fidia, Socrate, Platone, Aristotile.

La pittura è un destino”, diceva Matisse. Felice Pedretti nasce nel I96I in un sobborgo di Città del Capo da una famiglia singolare: il padre proviene da Pallanza (Piemonte), la madre dalla Maddalena (Sardegna), due regioni quanto mai diverse l’una dall’altra.  Esperto nel campo della metallurgia, il padre è emigrato in Sud Africa per ragioni di lavoro. Felice frequenta una scuola inglese, ma a dieci anni incomincia a disegnare e a dipingere, rivelando una istintiva tendenza all’arte. Negli anni dell’adolescenza accumula un patrimonio di immagini, sensazioni, emozioni,  di cui si avvarrà in seguito come fonte di ispirazione creativa. Nello stesso tempo  assorbe ciò che è proprio del luogo in cui si è ritrovato a vivere: la quiete, il silenzio assoluto, le distese marine e terrestri, i tramonti di fuoco, l’atmosfera magica, sospesa, metafisica, che, congiuntamente alla flora e alla fauna, determinano quello stato d’animo  nostalgico e tendenzialmente melanconico, che si suol chiamare “Mal d’Africa”. S’intitolano appunto Mal d’Africa i quadri in cui un mare blu culmina in un tramonto giallo oro che si dissolve nell’azzurro chiaro del cielo, oppure in cui  un cielo blu nel quale spicca la luna sovrasta un vaso anch’esso blu dal quale erompono fiori d’un rosso pallido su un fondo opalescente giallo-verde. I paesaggi dalla vegetazione spontanea con fiori dai colori squillanti esauriscono il suo amore per la natura. Senonchè, nel I977, quando Felice ha sedici anni, l’incanto si rompe. La realtà segna una svolta nel suo destino. Una svolta che risponde però al nome che i genitori gli hanno dato. Dal sobborgo di Città del Capo a Roma, la città eterna, il miraggio e la meta degli aspiranti artisti di tutto il mondo civilizzato. “A Roma non ci si va ma vi si torna anche se non vi si è mai stati perché Roma è un mito dell’immaginazione universale”, diceva Jorge Luis Borges. Superati i disagi e gli aspetti negativi di questo trapianto, il padre di Felice, Andrea, apre per il figlio diciassettenne una bottega artigianale perchè possa continuare a disegnare e a dipingere. La bottega, nella quale si fanno cornici, decorazioni, restauri, sorge sulla Nomentana, in Via di Sant’Angela Merici, la strada in cui abitano Cesare Zavattini e Angelo Maria Ripellino, il primo cineasta di grido e pittore sui generis, il secondo slavista di fama internazionale e scrittore fascinoso, autore di libri di grande successo quali Il trucco e l’anima, Praga magica, i saggi sui poeti russi. Oltre questi due prestigiosi intellettuali, nella bottega ha l’occasione di conoscere Luigi Ferrero, un artista che lavora per il Vaticano e che lo inizia allo studio dell’arte antica e dell’arte non meno difficile del restauro. Felice vede così dischiudersi dinanzi ai suoi occhi una prospettiva affascinante. Per prima cosa egli apprende che la copia era praticata da tutti i grandi artisti, da Michelangelo − il quale, secondo quanto racconta il Vasari, non esitava a trasformare dipinti di Giotto come il San Giovanni Evangelista “ in modo tale che le copie non si potessero distinguere dall’originale, facendole apparire vecchie con fumo e altri mezzi” − a de Chirico, che dopo il ritorno a Roma aveva incominciato a frequentare i musei, fra i quali la Galleria Borghese, dove  aveva avuto la rivelazione della Grande Pittura. La copia era a un tempo una forma di omaggio per i maestri e un esercizio tecnico per gli allievi, i quali miravano a impadronirsi dei segreti che erano alla base di tante opere eccelse. Felice comincia dai massimi, dalla Dama con l’ermellino di Leonardo, che Federico Zeri considerava il più bel quadro del mondo, a San Matteo e l’angelo di Caravaggio, passando quindi a opere di autori meno clamorosi ma che lo ispirano. Sin da allora egli si sente attratto da alcuni artisti contemporanei, fra i quali principalmente il fondatore della metafisica, Giorgio de Chirico, che si rifaceva anche lui agli antichi maestri, Poussin, Raffaello, Rubens. I risultati di questo periplo nel mondo antico, congiuntamente alle esperienze acquisite nel campo del restauro, sono visibili  in quadri come Metafisica, La Musa del silenzio, Il viaggio (Omaggio a Böcklin), L’isola (Omaggio a Magritte), In interiore homine,  L’apparizione, Sinfonia archeologica, Racconto della pittura, Il cielo, L’infinito che ho dentro di me, Apoteosi della pittura. Qui siamo nel pieno dominio dell’arte, in una sfera in cui la natura è pressoché scomparsa. La natura imita l’arte, diceva Oscar Wilde. Un paradosso? Fino ad un certo punto. Anche Michelangelo pensava che la natura non fosse in grado di creare i capolavori che crea l’arte. Potrebbe sorprendere questa sorta di amour fou di Felice Pedretti per Giorgio de Chirico, che arriva sino alla ripetizione dei temi e si nota anche nei titoli. De Chirico aveva dedicato al silenzio due quadri. La torre del silenzio (I937) e La musa del silenzio (I973). Anche Pedretti gliene dedica due: La musa del silenzio e Hortus conclusus o Il Giardino del silenzio, che indica l’angolo visuale dal quale vedeva e vede il mondo. L’Omaggio all’autore dell’Isola dei morti, il quadro che piaceva anche a Hitler, ricorda l’amore che il pictor optimusnutriva per  il maestro svizzero negli anni giovanili. In interiore homine richiama l’Agostino autore di De pilchro et de apto, il saggio sulla bellezza andato perduto, nonché l’insegnamento agostiniano che la verità abita all’interno dell’uomo. L’apparizione ricorda quanto diceva il critico francese Roger Vitrac, ossia che i quadri di de Chirico non sono fatti per essere visti ma per apparire. Ma perché sorprendersi? Max Ernst, Tanguy, Magritte, Delvaux, e numerosi altri Artisti, non furono folgorati, per loro stessa ammissione, dalle opere del maestro metafisico? Ma essi hanno conquistato tutti il proprio stile, come lo ha conquistato Pedretti, che si distingue dagli altri per l’originalità della sue visioni prospettiche, per la leggiadria degli oggetti della pittura, per la preziosità dei colori.Ma il periplo di Felice Pedretti attraverso i fasti della creatività del passato, sempre che non si voglia accettare la teoria secondo cui la storia, anche la storia dell’arte, è sempre contemporanea, non ha nulla a che fare né con la letteratura di viaggio e meno che mai con la pittura di viaggio che verranno di moda negli anni seguenti. L’eclettismo stilistico e il dinamismo culturale dei transavanguardisti hanno ben altro carattere: la prima formula equivale ad una licenza di prendere da chiunque, la seconda esclude  limiti geografici, per cui ne risulta il precetto:  prendere da chiunque dovunque. Diceva T.S.Eliot, il cantore di La terra desolata: “I mediocri imitano, i grandi rubano”. Il viaggio di Felice Pedretti nell’arte antica tende anche a recuperare la bellezza, che sembra perduta nel mondo in cui viviamo. Come è noto, la concezione classica secondo la quale la bellezza è armonia,  proporzione delle parti, ordine, trova una sintesi nel De Divina Proportione di Luca Pacioli, il libro illustrato con incisioni di Leonardo apparso nel 1509, ma nel 1525 il Dürer, dopo aver cercato di incontrarne l’autore, che insegna algebra a Bologna, dichiara: “ Che cosa sia la bellezza io questo non lo so”. Con questa sentenza il maestro di Norimberga, al quale Raffaello invia disegni in cambio di incisioni, mette come una mina sotto l’imponente edificio eretto nei secoli alla bellezza, che da allora comincia a vacillare, finché non crolla. Nel 1853 Karl Rosenkratz pubblica l’Estetica del brutto, contrapponendo la bruttezza alla bellezza. Dice Dostoevskij nell’Idiota: “ E’ difficile giudicare la bellezza; non vi sono ancora preparato. La bellezza è un enigma.” Ma nello stesso libro Dostoevskij fa dire al principe Myskin che la bellezza salverà il mondo. A dire il vero, non sembra che nel secolo scorso  la bellezza abbia salvato il mondo, neppure il mondo dell’arte. Marinetti proclama che una macchina in corsa è più bella della Nike di Samotracia, Picasso che una scultura negra è più bella della Venere di Milo, Malevic e Duchamp deformano la Gioconda, Bacon deforma Papa Innocenzo X di Velazquez. Barnett Newman, uno degli artisti della scuola di  New York, afferma che l’impulso di distruggere la bellezza è stata la molla di tutta l’arte moderna (conf. Reinhard Brandt, Filosofia della pittura, da Giorgione a Manritte, Bruno Mondatori, Milano 2003). Ma Felice Pedretti dimostra con le sue opere che la bellezza rinasce dalle proprie ceneri, come l’araba fenice.

Da "FELICE PEDRETTI O L'ENIGMA DELLA BELLEZZA" 2011 Costanzo Costantini
Roberto Maria Siena
FELICE PEDRETTI E LO SPLENDORE DELL’IMPOSSIBILE

«Il Tempo, padrone implacabile degli uomini, si immobilizza, impotente, e resta coricato ai piedi del Genio» G. de Chirico
È da qualche tempo che Felice Pedretti si dedica ad un’operazione estremamente fascinosa: ragionare sulla Metafisica e ricondurla apertamente alla sua radice simbolista. A che scopo un tale tentativo? Lo vedremo presto. ► Entriamo in medias res e leggiamo l’opera che l’artista sottopone alla nostra attenzione. Prima di proseguire, rileviamo però che Pedretti è l’artista all’interno del quale il meccanismo del “tradimento” si inceppa e viene praticamente a perdersi. Cosa ci racconta Zefiro e il Tempo? Il maestro strappa Zefiro dalle mani di Botticelli e lo arruola per la propria battaglia; per un attimo, la sospensione che regna in tutti i lavori del nostro viene interrotta e il vento agita le cose. Si muove per uno scopo preciso; quello di aggredire il tempo per farlo crollare dinanzi al gesto sovrano e magato dell’arte. Zefiro, infatti, sgretola l’orologio, sfarina le ore e le riduce in pezzi; apolitticamente e assurdamente l’arte riesce a sfuggire alla legge bronzea del divenire e addirittura la rovescia. Nel non-luogo in cui Zefiro opera, tutto parla della pittura; la cornice accanto all’orologio e i quadri presenti nella “stanza”. Per quanto riguarda l’autore costui è presente, solo che lo è, dechirichianamente, come ombra. Eccolo appena accennato a destra; solo il pictor classicus è citato? Niente affatto. Il fantasma altri non è se non lo spettro dell’Isola dei Morti di Arnold Böcklin ; il fantasma deve ancora imbarcarsi per l’Isola e attende che Zefiro compia la sua opera mirabolante. Dicevamo della cornice e dei quadri. Pedretti, infatti, considera ogni sua fatica come un’arma puntata contro la “strategia dell’impurità”. Non è vero, sostiene con determinazione, che si possa fare arte con altri strumenti; tutto è chiuso, come in un sublime reliquiario, nella “santissima trinità” della pittura, della scultura e dell’architettura. Ovviamente la verità dell’arte è quella della pura irrealtà; da cui il duplice culto di Böcklin-de Chirico. È bene ricordare, sottolinea ancora, che l’impossibile celebra perfettamente i suoi fasti nella linea che dal Simbolismo, appunto, arriva alla Metafisica e prosegue successivamente per le strade sconvolte del Surrealismo. Di questo “culto” Pedretti si fa consapevole “sacerdote”; abbiamo così risposto al quesito che ci eravamo posti all’inizio. Ora però, come la mettiamo con la pittura figurativa che affronta l’inesistente? Che le cose raccontate in Zefiro e il Tempo appartengano all’incredibile, non lo si deduce unicamente dall’adozione della dissimilitudine. Timoroso di non essersi spiegato bene, immerge la sua visione in un bagno adamantino che è precluso alla vibrazione scomposta della vita; la realtà fenomenica viene rigorosamente rimossa; domina incontrastato il concetto. Quale concetto però? Quello squisitamente metafisico che dichiara la celebrazione del non-essere e della non-relazione. Il concetto però, al contrario di quanto accade in Dunchamp, non si allontana mai dalla pittura la quale risolve in sé l’esistenza intera dell’artista e che viene indicata come l’unica salvezza ipotizzabile all’interno del nostro universo. Detto questo, non possiamo concludere senza riportare l’opinione che anche l’autore di Zefiro e il Tempo esprime sulla bellezza. Quale, però, la posizione particolare di Felice Pedretti? Abbiamo già rilevato che il non-essere e la non-relazione si stagliano al centro del suo lavoro; con de Chirico, è d’accordo sul fatto che la posizione metafisica è particolarmente opulenta dal punto di vista teorico. Da qui, l’assunzione di un atteggiamento lucido riguardo sia il reale che l’irreale; una tale “lucidità” si incarna perfettamente in quello splendore pittorico che il nostro esibisce in tutti i suoi quadri. Splendore che documenta, nello stesso tempo, sia la supremazia della pittura che la chiarezza delle idee del filosofo. Da artista quale è, Pedretti ritiene che sia la pittura l’“organo della filosofia”, il luogo deputato e definitivo all’interno del quale la duplice verità dell’impossibile e del disessere viene solennemente e consapevolmente pronunciata.
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Maria Teresa Benedetti
Felice Pedretti a Palazzo Valentini
Una cura commovente nel  realizzare superfici  traslucide, rese con il rispetto per tecniche antiche,  un amore per la realtà talora spinto fino  a  un iperrealismo  che confina con valori metafisici., volti a indicare componenti  simboliche. ► L’omaggio a Bocklin, la suggestione dechirichiana, lo sguardo verso una concretezza che può evocare il “realismo” di  Annigoni,  sono  elementi  costitutivi della pittura di Felice Pedretti,  elaborati  attraverso una sensitività  personale, sommessa ma acuta, che non si perita di esprimere una sua nota di grazia austera , consapevolmente sorvegliata da una coscienza stilistica ricca di impegno.  Una sorta di meditazione sull’arte, una coerente fedeltà ai motivi prediletti, resi  in atmosfere assorte, sebbene  non prive di affettuosa partecipazione.
Il  ricordo dell’Africa, presente come assorbita nostalgia, è forse responsabile dei toni  ocra che spesso costituiscono la base cromatica dei dipinti, arricchiti da squilli accordati con armoniosa sapienza, capaci di esprimere una memore  intensità nell’ additare il valore delle proprie radici.   
L’inquietudine è placata, ogni ironia è assente,  gli oggetti sono riconoscibili, gli elementi architettonici, i calchi, i ritagli di luoghi e citazioni sono posti in relazioni capaci di tramare una storia esistenziale ed emotiva,  che appare consegnata allo spettatore, ma cela  qualche inevitabile segreto. Un modo per  additare la portata spirituale da sempre insita nelle forme.

Maria Teresa Benedetti (Novembre 2011)
Robertomaria Siena
FELICE PEDRETTI E L’INCREDIBILE DELLA PITTURA
Tutta la ricerca di Felice Pedretti è un’arma letale lanciata contro Duchamp e i suoi eredi. ► Al di fuori della pittura non c’è salvezza, sostiene con forza il nostro. Stabilito questo, cosa racconta la pittura? Narra tranquillamente la fuoriuscita dal buon senso. Perché il mare in tempesta dell’Apparizione si arresta dinanzi alla Venere e da dove viene quella statua inchiodata stranamente sul terreno? Nessuna risposta logica è possibile per il semplice motivo che la ragione di Pedretti è il non-essere e la non-relazione. Ne consegue che, per esprimersi, la «realtà» è costretta a ricorrere a quella lastra adamantina che certo non appartiene all’universo dei fenomeni e che scaturisce da una menzogna che dissente dal visibile e che elegge, per dirla con Giorgio Manganelli, «a propria dimora cunicoli non asfaltabili». Robertomaria Siena (Novembre 2011)
Robertomaria Siena
FELICE PEDRETTI E L’ORIZZONTE DEL SILENZIO
“ Sto seduto nel centro della stanza, e tra me e il muro ho collocato una elaborata finzione culturale: un dipinto. Lo ammiro, sebbene mi sia mpossibile intendere che mai esso raffiguri”. G. Manganelli

Un frammento di Euripide riporta che solo una falsa Elena, cioè un’immagine illusoria, è stata condotta a Troia da Paride; la vera Elena sarebbe rimasta nascosta in Egitto. ►Il bello è che, per questo fantasma, si è combattuta la decennale guerra di Troia; secondo un tale frammento, dunque, il non-essere è più vero e consistente dell’essere. Ora è esattamente questa la posizione di Felice Pedretti il quale, in quanto pittore neometafisico, non può non affermare, appunto, l’esistenza dell’inesistente e l’inesistenza dell’esistente. Va da sé che l’inesistente non può stare accanto al rumore e allo strepito che sempre accompagnano il fenomeno; ecco dunque Hortus conclusus che vede la statua accennare eloquentemente al gesto del silenzio. Silenzio e “chiusura” evidentemente in Pedretti si richiamano a vicenda; che intendiamo per “chiusura”? Questa altro non è se non lo spazio separato del quadro che prende le distanze dalla realtà-rumore. In questo modo l’artista si scaglia contro la “strategia dell’impurità” celebrata dalle Neoavanguardie e ribadisce che, per lui, al di fuori della pittura,nulla salus. Pedretti conosce bene la teoria arganiana della morte dell’arte, ma ritiene che il pittore debba comunque rimanere invischiato nelle spire mirabolanti della pittura. Da qui il ripetersi del libro e del pennello. Il libro, non a caso, è quello di Cennino Cennini; dunque la pittura non può separarsi dalla storia, dal mestiere e dalla memoria. Ancora da qui il necessario e conseguenziale richiamo alla classicità che fa bella mostra di sé nella Sinfonia archeologica. Ovviamente la classicità evocata da Pedretti non conosce alcuna certezza apollinea. Alla Sinfonia, infatti, accosta Il Labirinto in modo che non ci siano dubbi sul fatto che l’arte è dichiarazione del non-essere e della non-relazione; cioè è dimostrazione di quell’inesistente che trova nel labirinto la sua stralunata dimora. Ora tutto questo non basta; l’artista neometafisico vuole essere ancora più chiaro; per questo tuffa ogni sua pagina all’interno di un linguaggio adamantino e allucinato. Vediamo di che si tratta.
Il cristallo che segna l’intero arco della produzione del nostro, si presenta come dotato di una durezza e di una solidità che non possono essere minimamente rimosse. Ecco dunque la leva che serve all’artista per inserirsi nella discussione sollevata da Arthur Danto. Il filosofo e critico americano sostiene che dalla Pop Art in poi, l’oggetto artistico non è più distinguibile dall’oggetto comune. Pedretti accelera ed esaspera invece, attraverso il diamante dell’opera, la distanza dell’arte dalle cose le quali, per lui, sono ontologicamente consegnate nelle mani opache dell’abbandono e della deiezione. Sulle cose ridotte ad ombra, si erge, trionfante come Perseo sulla Medusa, la corazza splendente e surreale della pittura la quale, proprio per questo, rivendica per sé lo statuto della verità. Una verità la quale, pur celebrando, come abbiamo visto, nient’altro che l’inesistente, possiede ed esibisce una assolutezza che i dadaisti volevano cancellata, e che invece, per Felice Pedretti, rimane il cuore regale ed insostituibile dell’arte. Robertomaria Siena Roma, Maggio 2009.
Raffaele Simongini
Felice Pedretti: Evocazione del mito nel paesaggio marino sudafricano tra sogno e realtà.
Constable, il grande pittore inglese, spiegò con un aforisma il rapporto fondamentale tra la pittura e la riproduzione della realtà: “L’arte dà piacere con il ricordo non con l’inganno.” ►L’arte è un processo evocativo, non una semplice e ingannevole imitazione della realtà. Quindi sarebbe interessante comprendere il ruolo della memoria visiva mentre lo spettatore osserva un quadro e soprattutto quando l’artista lo dipinge. Forse il termine “evocazione”, inteso come particolare suggestione psichica e libero gioco delle facoltà dell’immaginazione e della memoria, esprime l’essenza stessa della pittura. Tale corollario si adatta bene all’arte di Felice Pedretti, restauratore di opere antiche e artista di talento. La sua pittura rinnova con tecniche tradizionali un tema iconografico piuttosto consueto nella storia dell’arte: il mare. A partire dal Quattrocento, il mare appare come sfondo o come soggetto principale per rappresentazioni liberamente ispirate a temi classici e mitologici; tra la fine dell’Ottocento e i primi del Novecento (soprattutto con Arnold Bocklin e Giorgio De Chirico) declina su tematiche simboliche e metafisiche. Partendo da queste fonti, Pedretti percorre un itinerario personale denso di riferimenti autobiografici e psicanalitici. Nei paesaggi marini, ad esempio, raffigura costantemente il promontorio peninsulare di Città del Capo, in Sud Africa. Tale particolare iconografico svela in maniera sorprendente il mondo interiore e poetico del pittore. Per Pedretti il promontorio di “Cape Town” riproduce l’immagine mitologica di un luogo geografico, spazio fantastico trasfigurato dalla memoria in un archetipo. In fondo è una evocazione di quella terra lontana, dove è nato da genitori italiani. Secondo una leggenda sudafricana quella penisola rocciosa che domina il Capo di Buona Speranza raffigurerebbe il gigante Adamastor. Ma chi è questa strana creatura della mitologia greca così importante per il folclore sudafricano? Adamastor fu l’unico dei Titani che non partecipò con i fratelli alla scalata dell’Olimpo contro Zeus e gli dei e scelse di combattere Posidone per la conquista del mare. Quando il titano si innamorò della ninfa Tetide, figlia di Nereo e Doride, ella rifiutò il suo amore. Un giorno Adamastor provò a prenderla con la forza, ma si scontrò con l’astuzia di Doride, alleata di Zeus, che gli giocò un brutto scherzo: la madre della ninfa, conoscendo la stoltezza del gigante, finse di inviargli la figlia. Il titano, ottenebrato dalla passione, credette di abbracciare Tetide, mentre in realtà stava stringendo le rocce del promontorio con tanto ardore che egli si tramutò in pietra. Adamastor si fuse con le rocce del “Capo Tormentorio” e ne divenne il guardiano, quello stesso guardiano che, secondo una leggenda portoghese, tentò di impedire a Vasco de Gama la circumnavigazione del Capo di Buona Speranza. Dal limite estremo dell’Africa, lì dove gli oceani si scontrano in un duello maestoso tra forze della natura sotto il promontorio di Adamastor, Pedretti compie un viaggio mitico, verso le acque più quiete del Mediterraneo, dove nasce l’arte classica. Nella sua pittura, infatti, si osserva la rigorosa costruzione prospettica dei quattrocentisti. Inoltre, le frequentazioni degli atelier di Gregorio Sciltian e Pietro Annigoni hanno iniziato Pedretti ad uno stile tecnicamente raffinato, in cui il realismo magico delle sue opere oscilla elegantemente tra classicismo rinascimentale, metafisica dechirichiana e avanguardia surrealista. Nel quadro intitolato “Sogno”, ispirato a Magritte, la roccia, priva di peso, si trasforma in un miraggio della sua terra natia (ancora il profilo del promontorio di Adamastor); mentre in altre opere affiora l’infuenza di Dalì che suggerisce una “surrealtà” del paesaggio plasmata da Pedretti con luci, colori e atmosfere tipicamente sudafricane. Felice non interpreta il Sud Africa come luogo di sofferenza e di dolore dell’Apartheid, ma lo idealizza attraverso una rappresentazione onirica, senza tempo, in cui la nostalgia della terra lontana pervade le rarefatte e sospese immagini marine, dipinte con luminosità e toni cromatici dorati. L’artista dipinge spesso gli strumenti del mestiere e alcuni oggetti insoliti, inseriti nei paesaggi marini, quasi metafisici e ormai familiari: il libro di pittura di Cennino Cennini, compendio della tecnica pittorica e il suo pennello; la conchiglia, perfetta nella sua purezza formale e nella sua posa surreale; la clessidra, che misura il Tempo immobile estraneo alla storia; la maschera, musa e summa poetica dell’artista, che invita gli astanti al silenzio ed a una tregua del pensiero; e infine, il chiostro medioevale, ambiente architettonico chiuso e protetto, che separa il pittore da quel mare così remoto e malinconico (“Mal d’Africa”). Forse per Pedretti il fantastico è l’unico modo di procedere dell’arte verso una realtà magica, che, in un luogo della memoria, coniuga il classicismo del Mediterraneo con il romanticismo esotico, potente e misterioso del Sud Africa. In quest’atmosfera gli oceani e le culture si incontrano al cospetto del titano di pietra Adamastor, così descritto dal grande poeta portoghese Luis de Camoes ne “I Lusiadi”:

“Io sono il Capo sconosciuto e grande
Da voi denominato Tormentorio,
che agli antichi Pomponio, Plinio il Grande
Strabone e Tolomeo non fui notorio.
D’Africa chiudo le postreme lande,
con questo inesplorato promontorio,
che verso il Polo Antartico si estende,
e che la vostra audacia adesso offende.
Trasformata la carne in terra dura
E sono le ossa rupi divenute;
le gran membra che vedi e la figura
eretta, son dall’acqua contenute.
Così la gigantesca mia statura
Il Promontorio assunse: le dirute
Rocce acuiscon la mia dura pena
Quando Teti a nuotar le Ninfe mena”.

Raffaele Simongini Roma, Novembre 2007.
Maria Teresa Benedetti
Metafisica e vocazione simbolica
Nei dipinti di Felice Pedretti convivono tensione metafisica e vocazione simbolica. Suggestioni risalenti ad artisti del mistero, da De Chirico, a Magritte, ad altri, si armonizzano con un amore per ampi orizzonti marini che, saldando mito e realtà, testimoniano una meditazione sul perenne fluire dell'esistere.
L’Orizzonte del silenzio
Danilo Maestosi (Il Messagero)
Di Felice Pedretti, in scena fino al 25 maggio nella Galleria Vittoria in via Margutta 103, con la nuova mostra L’Orizzonte del silenzio, colpisce in primo luogo il nitore della pittura che trasforma le sue tele in teatrini smaglianti. Ma a carattezzarne le opere è soprattutto il gioco surreale di trasposizioni e accostamenti che evoca in modo esplicito echi e atmosfere dei quadri di Magritte e De Chirico, aggiungendovi però un tocco più morbido e personale d’ironia.
Enrico Nicolò
La pittura etica di Felice Pedretti ovvero l'eroismo di amare la bellezza
Scriveva nel I9II Egon Schiele, il pittore austriaco amato da Klimt. “L’arte non può essere moderna. L’arte torna eternamente alle origini”. Una intuizione geniale, specie per un pittore appena ventenne. Ma dove collocare temporalmente le origini? In quale contesto storico, culturale o artistico? O in quale contesto protostorico o addirittura preistorico? ► Diceva Antoine de Saint-Exupéry: «Se vuoi costruire una barca, non radunare uomini per tagliare legna, dividere i compiti e impartire ordini, ma insegna loro la nostalgia per il mare vasto e infinito». Questo, in fondo, è il messaggio nascosto nelle tele di Felice Pedretti, subliminalmente e irresistibilmente percepito da chi ha avuto la fortuna di poterle ammirare. Le opere pittoriche di Pedretti entrano quietamente in relazione con lo spettatore. Esse si fanno strada con garbo e discrezione nell'inconscio dell'osservatore e lo invitano al silenzio e alla meditazione. Artista di talento, con grande maestria riesce infatti a interpellare allo stesso tempo la psiche, l'immaginazione e la memoria di colui che guarda, suggestionandolo attraverso un processo evocativo che induce lo spettatore stesso a riflettere, assorto, sull'esistenza umana. Felice Pedretti, nato nel 1961 in Sud Africa, nei pressi di Città del Capo, da genitori italiani, affermato pittore e apprezzato restauratore di opere antiche e di quadri di ogni tempo, manifesta numerose qualità che la critica accreditata ha indicato nella sapienza compositiva, nella profondità di visione, nel fascino cromatico e nella purezza formale, così come nella piena libertà, nel rigoroso pensiero artistico e nella sua visionarietà dai tratti inconcepibili, e come pure nella portata spirituale delle forme stesse e nel suo linguaggio da un lato adamantino e dall'altro allucinato. Ancora, la specificità delle sue visioni prospettiche, la levità degli oggetti dipinti e la preziosità materica dei colori da lui preparati e utilizzati contribuiscono anch'esse a definirne la cifra autoriale. Dotato di forte e raffinata sensibilità e di grande coscienza stilistica, con impegno e abnegazione da decenni si dedica affettuosamente alla propria ricerca artistica. In maniera coerente con la sua ispirazione e fedele ai motivi che gli sono più cari. E raccogliendo soddisfazioni, consenso di mercato e favore e approvazione della critica. Le sue opere, esposte in svariate mostre, tra cui ricordiamo l'esposizione a Roma nel 2011 a Palazzo Valentini, attualmente fanno quasi tutte parte di collezioni private, in Italia e all'estero. Nel solco tracciato dalle tecniche tradizionali, anche dell'antico passato, con continui richiami alla classicità e con predilezione per i templi, le statue, le maschere antiche e i bassorilievi archeologici, nel rispetto della costruzione prospettica dei quattrocentisti, con ricorrenti riferimenti autobiografici e psicanalitici, Pedretti rivela un'originale perfezione classico-formale che si esprime nei suoi temi pittorici: nature morte, paesaggi marini e montani e ambienti interni dove compaiono sia oggetti insoliti di pregnante significato, quali clessidre, maschere di legno e conchiglie, sia strumenti di lavoro, come pennelli e libri d'arte e filosofia. La maschera come musa. Il ricorrere di libro, pennello e colori come sottolineatura del fatto che l'arte, la pittura nello specifico, vive di storia, conoscenza, memoria e mestiere. In particolare, poi, i paesaggi di Felice Pedretti appaiono altamente significanti. I luoghi geografici delle sue tele sono metafisici perché indicano un altrove: spazi fantastici, mitologici, archetipicamente trasfigurati dalla memoria, che esprimono il mondo interiore e la poetica nostalgica del pittore attraverso elementi simbolici e paesaggi surreali, onirici, atemporali, rarefatti e sospensivi, silenziosi e riflessivi, tendenzialmente melanconici, esotici ed enigmatici, luminosi, cromaticamente vivaci e pregiati, dai toni ocra di base, sovente bruniti e dorati. E gli stessi colori, usati per i temi notturni, mostrano che anche la notte è viva. È importante notare che la ricorrenza di numerosi elementi nella pittura dell'artista non è ovviamente una semplice e banale ripetizione. Essa costituisce motivo di identità e riconoscibilità, ma soprattutto è associata al persistere nel tempo di stati d'animo dell'autore, che corrispondono a un benessere veramente provato, espresso appunto nei dipinti attraverso la reiterazione di quegli elementi od oggetti pittorici che nella realtà determinano effettivamente il benessere stesso. Circa la specificità dei cromatismi dei suoi quadri, il pittore stesso ha affermato: «La tecnica mi ha insegnato a usare i colori in un certo modo. Dal punto di vista espressivo, un colore può farsi interprete di un sentimento. Un azzurro può esprimere lucidità, chiarezza, freddezza, mentre un giallo è solare, quindi esprime calore. Il rosso è sanguigno e può rappresentare anche un dramma. Mi si può riconoscere attraverso i colori proprio perché io traduco costantemente ciò che sento. E siccome sento sempre intensamente tutto ciò che vedo, lo vedo bello, lo sento bello, credo che sia bello, uso la tecnica per far sì che queste due cose vadano insieme. Credo di ottenere il bello così. Cioè il colore che io uso è fondamentalmente interiore, sempre. Ecco perché bene o male i miei quadri sono caldi. L'osservatore può avvertire se io esprimo un dato sentimento o no. E può vedere la piacevolezza dell'esecuzione sia in un quadro caldo che in un quadro freddo. I colori li posso alternare in questo senso». Ecco che allora una stanza vuota è per lo più dipinta dal maestro con colori molto freddi, tenui, spenti, per esprimere tristezza e solitudine. Quando invece in quella stanza irromperà la luce del sole, con la sua potenza, interrompendo silenzio e solitudine, i colori si faranno molto forti, caldi, focosi, addirittura tendenti al rosso, per esprimere la gioia attraverso un ambiente splendente. A titolo esemplificativo, ricordiamo qui solo alcune tra le sue numerose opere: La musa del silenzio, Adamastor, Cosmo e microcosmo, Memorie d'Africa. E anche Nascita di Venere, L'apparizione, L'infinito che ho dentro di me, L'appuntamento, Il folle volo. Ma quali sono gli elementi costitutivi della poliedrica personalità artistica di Pedretti, che annovera nella sua produzione anche pregevolissime riproduzioni di dipinti antichi? Dove risiedono cioè le sorgenti della sua arte composita e multiforme, iniziata all'età di dieci anni con i primi disegni e le prime pitture? La critica ha di volta in volta individuato le origini dell'ispirazione artistica del maestro nelle fonti simboliste (Arnold Böcklin) e metafisiche (Giorgio de Chirico), nel surrealismo di René Magritte e di Salvador Dalí, nella concretezza del realismo di Pietro Annigoni, il cui atelier Felice Pedretti ha frequentato, così come quello di Gregorio Sciltian. E presso la bottega d'arte del pittore-restauratore Luigi Ferrero egli ha preso contatto con i segreti dell'arte antica già alla fine degli anni Settanta, dopo essere venuto in Italia nel 1977. Pedretti ha altresì compiuto un personale “viaggio” di recupero della bellezza lungo la storia dell'arte. Una circumnavigazione del mondo antico e un itinerario solitario attraverso l'arte antica stessa e le vestigia della sua creatività. «Felice Pedretti si attiene alla tradizione italiana, che trova la sua fonte primaria nella Grecia dei tempi d'oro, la Grecia di Pericle, Fidia, Socrate, Platone, Aristotile» ha scritto Costanzo Costantini. La sensibilità artistica del pittore si è del resto formata di fronte ai capolavori di Caravaggio, Raffaello, Leonardo da Vinci e Michelangelo, verso il magistero tecnico dei quali egli si sente debitore, sì da rendere loro apertamente omaggio nei suoi quadri. Molti poi constatano che le opere di Pedretti trovano anche ispirazione negli scritti di filosofi e pensatori, quali Arthur Schopenhauer, Sigmund Freud e Friedrich Nietzsche.

La componente surreale delle opere di Pedretti non richiama tuttavia solo pittori come Magritte. Essa è infatti legata a un ulteriore elemento costitutivo della sua personalità, fondamentale, ovvero le sue radici sudafricane, il cui valore egli addita continuamente attraverso la memoria. Probabilmente proprio le atmosfere del Sud Africa, con i loro tipici toni di colore e con le loro particolari luci, concorrono in maniera determinante a conferire ai paesaggi di Pedretti quella specifica surrealtà che solo le sue opere posseggono. In forza dei suddetti elementi, di fronte alla sintassi formale del pittore, nel corso del tempo la critica stessa ha provato a classificare e a definire sinteticamente lo stile complesso del maestro, via via parlando di realismo magico di grande respiro, di artista metafisico, di “pittore neometafisico” e, come ha osservato Raffaele Simongini, di equilibrio oscillatorio del suo realismo magico «tra classicismo rinascimentale, metafisica dechirichiana e avanguardia surrealista». Simongini stesso ha altresì affermato che «forse per Pedretti il fantastico è l'unico modo di procedere dell'arte verso una realtà magica, che, in un luogo della memoria, coniuga il classicismo del Mediterraneo con il romanticismo esotico, potente e misterioso del Sud Africa». Interessante è poi l'affermazione di Robertomaria Siena, secondo il quale Felice Pedretti «in quanto “pittore neometafisico”, non può non affermare […] l'esistenza dell'inesistente e l'inesistenza dell'esistente», in accordo al fatto che, sempre secondo Siena, «la ragione di Pedretti è il non-essere e la non-relazione». In considerazione del fortissimo interesse che il pittore nutre per la realtà si è parlato perfino di iperrealismo, ma, come ha precisato Maria Teresa Benedetti, di «un iperrealismo che confina con valori metafisici, volti a indicare componenti simboliche». In altri termini, l'iperrealismo di Pedretti è da intendersi eminentemente in senso tecnico, poiché il suo mondo, silenzioso, non è un mondo fenomenico, “visibile”, che risponde alle leggi “rumorose” della fisica, a un ordine logico e razionale e al senso comune. Il suo universo, interiore, è concettuale e immaginifico e non è in espansione, bensì “conclusus”, chiuso, come il suo “hortus”, giacché è uno spazio separato della tela progettato per stare al riparo dalla quotidianità, dagli eventi accidentali della realtà sensibile. Ecco che allora anche le parole di Tiziana Todi appaiono chiare e illuminanti: «Le sue immagini speculari con i singoli oggetti ben disegnati, diversi tra loro, appaiono spesso come un discorso illogico e irrazionale. Messi insieme in maniera apparentemente disordinata […] l'immagine incoerente come strumento della realtà, come un folle sogno […] Un mondo irreale che per “assurdo” conosciamo da sempre, fa parte del nostro inconscio». Alla luce di quanto fin qui ravvisato e, soprattutto, davanti all'articolazione della poetica del pittore e al caleidoscopio della relativa declinazione estetica, ci siamo chiesti se ci sia un elemento invariante, ricorrente, trasversale rispetto all'intera produzione pittorica di Felice Pedretti, comune a tutte le attività artistiche e artigianali che il maestro conduce nel suo studio d'arte di Roma, nonché proprio e caratteristico della sua stessa personalità artistica e umana. Non ci pare azzardato rispondere che il denominatore comune delle sue manifestazioni espressive sia l'amore. E che la particolare natura di tale amore, insieme alla sua coniugazione nelle forme in cui esso stesso si rivela, sia ciò che, al fondo, meglio specifica e identifica come unico e originale il contributo artistico del pittore, suscitato dalla personale tensione umana che ne è alla base. Sì, perché Pedretti anzitutto crede profondamente che l'amore sia la vera forza dell'uomo, forza capace di promuovere la persona e di concorrere a cambiare il mondo, come egli stesso afferma: «L'amore è quello che sovrasta tutto. Tutto. Qualsiasi cosa: bellezza, conoscenza, intelligenza, cultura. Quando c'è l'amore arrivi dappertutto». Egli poi adora l'antichità, ama la tradizione e se ne definisce «umile servo», ama la natura, ama la realtà a tal punto da essere stato definito addirittura iperrealista, come annotavamo, ama l'arte e ama la bellezza e, di questa, ama il suo enigma, cosa che peraltro rende misteriosa ed enigmatica l'arte stessa del pittore. È affezionato agli strumenti e agli oggetti della sua arte, che con dedizione seleziona, cura, conserva e, dicevamo, riproduce iterativamente sulle sue tele. Egli nutre poi profondo amore per le citate radici sudafricane, del quale amore il suo “mal d'Africa” è prova e misura. Ma non è tutto. Il maestro ama «portare a tutti un po' di benessere attraverso il bello» espresso nelle sue opere, attitudine che qualifica l'arte pittorica di Felice Pedretti — non esitiamo minimamente a lanciarci in questa definizione — come un'arte etica, al servizio dell'uomo, cosa che sta a indicare che Pedretti non si limita ad amare il mezzo espressivo che egli utilizza e l'oggetto del mezzo stesso, ma si spinge manifestamente ad amare il destinatario ultimo della sua opera, ovvero l'essere umano, di cui pure si pone al servizio. Dunque, la sua è una pittura etica e terapeutica.

Riteniamo che, specie nel mondo attuale martoriato da orrendi eventi, per riportare al centro della propria riflessione la bellezza e per esprimerla e donarla al pubblico attraverso un mezzo artistico si richieda coraggio, molto coraggio. Anzi, di più. È convinzione di chi scrive che, anche in considerazione delle derive dell'arte contemporanea prodotte dalla lacerante separazione tra estetica e arte soffertasi nel Novecento, amare la bellezza, oggi, amarla sinceramente col sacrificio di sé, donando se stessi nell'arte attraverso l'apertura al pubblico della propria realtà interiore, sia un atto eroico. Non certo un gesto storico, unico e irripetibile, foriero di gloria e onori, ma pur sempre un atto “storico” che afferisce alla sfera degli eroismi quotidiani, che non sono solo appannaggio degli artisti, ma restano alla portata di tutti gli uomini. Atti, questi, spesso silenziosi e nascosti alle grandi ribalte, anch'essi “estremi”, pur nella loro semplicità e minimalità, perché hanno a che fare, in qualche misura, col dare se stessi e la propria vita a vantaggio di qualcuno. Riaffermare la bellezza nell'arte, sovente “anacronisticamente”, corrisponde allora a una decisione coraggiosa, così come quella, oggi, di spingere una carrozzina con un bimbo o rimanere fedeli a un progetto d'amore e di vita a suo tempo intrapreso e concordato, nonostante le difficoltà e le incomprensioni. In fondo, si tratta di gesti eroici in quanto “ultimi”, escatologici, che riguardano in qualche modo la “salvezza” del mondo.

Se lo scrivente, con ciò, si espone al rischio di essere tacciato di retorica, egli lo fa senza troppi timori, nello specifico, perché consapevole dello spessore artistico e della statura morale del nostro pittore. Chi scrive, infatti, ha goduto del piacere, del privilegio e dell'onore di conoscere Felice Pedretti, persona d'“altri tempi”, e di frequentarne lo studio almeno dall'inizio degli anni '80, avendo così avuto modo di apprezzarne le doti artistiche e le qualità umane. La rettitudine morale, l'onestà intellettuale, l'umiltà, la bontà d'animo, la generosità, l'affabilità, l'attaccamento ai valori tradizionali, primo tra tutti l'amore per la famiglia. E poi, rientrando al centro dell'argomento di queste righe, la professionalità, la competenza, la meticolosità, l'esperienza guadagnata sul campo in lunghi anni di lavoro e creatività. Tutte capacità e attitudini rivelatesi, appunto, durante una frequentazione professionale ultratrentennale, evoluta poi in amicizia e collaborazione artistica. Ultimamente abbiamo fatto visita al pittore presso il suo studio d'arte e abbiamo potuto visionare il suo nuovo e ampio progetto destinato a tradursi, in particolare, nella programmata mostra personale che presto l'artista esporrà a New York presentando opere realizzate su tela, sia a olio, sia in tecnica mista, tempera all'uovo e olio. È stato un incontro intenso e piacevole, ricco di spunti, che ci ha permesso di approfondire ulteriormente le note peculiarità dell'arte del maestro e, allo stesso tempo, di venire a conoscenza dei più recenti sviluppi della sua stessa produzione artistica. Abbiamo così appreso che l'elemento comune a tutte le nuove opere in corso di realizzazione è il feeling, ovvero il sentimento dell'uomo, la sensazione. Volendo schematizzare, all'interno di questo filone si possono poi individuare tre tematiche strettamente interconnesse. Una è più legata ai ricordi e alla memoria. Qui hanno un ruolo centrale la nostalgia per le terre d'origine e dunque il “mal d'Africa”, ma anche la memoria del tempo nostro, della nostra storia. «In parte è memoria mia intima — ha affermato il pittore —, in parte è un recupero della memoria dell'uomo» e del patrimonio culturale e artistico ereditato. Un'altra tematica riguarda le sensazioni in senso stretto, intime, quelle della sfera della passione, della voglia di vivere. «Voglio far rinascere la pittura attraverso la bellezza e le sensazioni che a essa sono legate. Si tratta di tantissimi elementi connessi tra loro: la passione, la bellezza, l'interiorità, il ricordo. Tutte queste cose concorrono a far sì che venga fuori una pittura bella da vedere. Non è una cosa solo mentale, ma anche correlata alle sensazioni che provo in relazione alla bellezza. La passione è senz'altro quella amorosa, ma è anche più in generale legata all'aderenza alla vita e alla vitalità che si può sperimentare nella vita stessa». La terza tematica, forse la più nuova, è riconducibile alla condizione esistenziale di solitudine e isolamento. Pedretti si è soffermato sulla passione che tutti proviamo, intima della persona, in quanto, come detto, importante aspetto distintivo della produzione pittorica pensata per gli USA, caratterizzata sia da una maggiore interiorizzazione, sia, appunto, da una sensualità che prima non era così presente. «In questi ultimi anni provo molta passione per il sentimento umano e per l'emozione. E attraverso questa passione cerco di esprimermi con vigore. È quasi un'evoluzione naturale della mia pittura. E il “pretesto” della metafisica mi aiuta a raccontare una realtà che non è proprio una realtà. La passione mi porta dunque a enfatizzare tutto ciò che sta dentro il dipinto». Al riguardo l'artista ha ancora affermato: «Tutti avvertiamo qualcosa vedendo il bello. Quindi nasce ed emerge la passione. Sentimento, sensazione, attrazione. Credo che la pittura mi dia questa forza». Osservando alcune delle opere progettate per l'esposizione negli Stati Uniti abbiamo trovato sia elementi nuovi, sia aspetti ed elementi già noti dell'iconografia di Pedretti: la stanza, la stanza vuota, la solitudine, assoluta o meno, la luce del sole, labbra e occhi femminili ingigantiti, particolari archeologici, ambienti interni silenti quasi da natura morta. E il consueto gioco di dentro e fuori, che è mentale, ma anche sentimentale. A tal proposito, l'artista ha detto: «Quello che hai dentro non lo racconti a tutti. Io col pretesto della pittura riesco a raccontare quello che sento attraverso la bellezza. La parte intima, cioè, è quella che nessuno rivela. Io invece la voglio raccontare come penso tutti la sentano. Nessuno esprime in modo verbale come vede le labbra o gli occhi di una donna. Io con la scusa della pittura posso farlo. Con una vena di metafisica». Particolarmente suggestivo, al riguardo, è il dipinto metafisico I tuoi occhi come le stelle, dove le stelle del cielo, trasferitesi in una stanza priva di tetto, appaiono deposte a livello del pavimento, al di sotto di due splendidi, enormi occhi femminili che occupano interamente un quadro di grandi dimensioni appeso a una parete. Molto interessante è poi il commento di Pedretti a un elemento nuovo della sua pittura, la rondine, che compare nel suo dipinto Sognando la felicità: «La rondine rappresenta la felicità, il sogno, il rinnovamento della vita, il ritorno della primavera, quindi la speranza nuova. È un elemento nuovo in un mio dipinto. La rondine si appoggia sul libro del “Codice del Volo” di Leonardo. È un sogno, un pensiero. E attraverso la finestra c'è il volo. C'è lo spazio, il vuoto, il celeste». Altrettanto coinvolgente è la sua analisi del “pensatore”, che, presente nel medesimo quadro, appare anche in altri dipinti, tra cui Metafisica: «Il pensatore che sta su un libro della metafisica accanto a un quadro di de Chirico, metafisico, sta a indicare anche il ritorno all'uomo che pensa a ciò che sta facendo. Io stesso dipingo, ma prima penso a ciò che faccio. È un processo elaborativo. Per cui tutto ciò che faccio lo penso, lo maturo nell'arco di giorni, mesi, a volte anni». E ancora: «È importante il silenzio in un uomo perché con la mente lui può fare ogni cosa. L'introspezione ci riguarda tutti. C'è sempre un momento in cui siamo soli e pensiamo. E lì la solitudine può avere due valori: un valore triste e un valore di introspezione. La maschera per me indica di più l'introspezione perché è quella forma che tutti abbiamo ogni giorno, dove non sempre siamo noi stessi, però il dito che la maschera stessa porta alle labbra indica che dobbiamo comunque prestare silenzio, guardare di più, osservare meglio, ascoltare di più. Contemplare». In questo senso, l'arte del nostro pittore non è didattica o didascalica, per così dire, ma è comunque un'arte maieutica e di condivisione del sentire. Su interno ed esterno, ovvero dentro e fuori, due luoghi in qualche modo presenti in tutte le tematiche dell'autore, Felice Pedretti si è soffermato a lungo, teorizzando di fatto, a nostro avviso, quello che, a ben vedere, ci sentiremmo piuttosto di definire qui come modello tripartito dello scibile pittorico ed esistenziale dell'artista. Tale modello visivo e mentale si articola in quelli che, praticamente, sono i tre ambiti o ambienti sostanzialmente intercomunicanti che in certa misura compaiono via via lungo l'arco della produzione del pittore: la stanza, del tutto chiusa oppure socchiusa, l'ambiente intermedio costituito dal giardino circondato da muri che non escludono lo sguardo e l'accesso verso l'esterno e, infine, il mondo al di fuori. Ma leggiamo direttamente al riguardo il pensiero stesso del maestro: «Quello che è al di qua del muro del giardino è il mondo interiore, quello che è al di là è il mondo esterno. Il giardino rappresenta un luogo chiuso, ma non sigillato. C'è comunque una parte aperta dove l'uomo può con la mente volare, andare oltre. Non sei in una stanza totalmente chiusa. Sei in un ambiente pressoché aperto, ovvero parzialmente chiuso perché c'è un muro di confine, che è metafora dell'ambiente chiuso in cui ciascuno di noi vive. La parte esterna è quella in cui tutti noi ogni giorno vorremmo evadere. Vedendo la parte esterna una persona è confortata perché sa che prima o poi potrà raggiungere le mete desiderate. Il cielo poi è la parte più bella perché è sopra di noi. Il dentro e il fuori sono dunque a contatto e dialogano tra loro. Il giardino stesso, il chiostro, è l'elemento che mette in comunicazione il dentro e il fuori perché in esso li vedi tutti e due. È l'ambiente perfetto. Il muro di cinta è valicabile e simbolico perché tutti abbiamo dei muri intorno. Il cielo sopra indica che c'è la possibilità di valicare il muro. In una stanza no. La stanza è chiusura, nonostante porta e finestre. In una stanza l'esterno si vede appunto solo tramite una finestra, dunque un foro. Io ho però bisogno di uscire, tanto è vero che la stanza che dipingo può avere il soffitto aperto, sfondato. Quando c'è una stanza si accentua il senso della solitudine e dell'isolamento rispetto a quanto avviene nel giardino, per quanto esso possa essere cinto da mura. La stanza è un ambito circoscritto e la porta della stanza indica forse la speranza. La porta può essere chiusa o socchiusa, a indicare la possibilità di uscire da quell'ambito. Anche qui c'è una metafora. La stanza è quella piccola parte della nostra mente, che noi teniamo nascosta, forse. Ognuno di noi sa dove essa sta. È quella parte della solitudine che noi, per dolore, sofferenza e dispiacere, finiamo anche per desiderare, ma dalla quale, potendo, vorremmo restare lontani. È un'“ultima stanza”. La stanza nascosta». Tornando a considerare l'assoluta centralità della bellezza nella poetica di Felice Pedretti, si può senz'altro affermare che la costante e instancabile ricerca della bellezza stessa, che Robertomaria Siena sostiene essere la «passione totalizzante» di Pedretti, è ciò che caratterizza anche tutte le opere nuove ed è ciò che si vuole porre in evidenza con esse, offrendolo al pubblico. Ecco cosa dice al riguardo l'artista: «La passione porta alla bellezza. Il ricordo del passato porta anch'esso alla bellezza. Io non voglio stupire nessuno. Non dipingo per stupire nessuno. Lo faccio per far provare quello che provo io. Io oggi ho delle sensazioni un po' diverse da prima, che cerco di esprimere di più attraverso la passione e la forza interiore, la passione vera, quella sanguigna, quella pulsante, quella del cuore. E attraverso la sensazione. Oggi secondo me l'uomo prova più sensazioni di ieri perché l'immagine suscita sicuramente più sensazioni». A questo punto è venuto naturale chiedere al maestro cosa sia per lui la bellezza. Suggestiva e positivamente disarmante, nella sua verità e schietta semplicità, la spiazzante risposta: «La bellezza secondo me è quella sfera mentale — perché la mente fa tutto, a mio parere, sempre —, quella cosa che hai dentro di te e che senti bella quando la incontri. Tu puoi anche essere innamorato di una donna, innamorato e non glielo dici mai però. E resti con quell'idea. Non necessariamente dici a quella persona o agli altri intorno a te che la bellezza è quella. La provi, la senti. Quindi può essere un bel quadro, una bella donna, delle belle labbra, un cielo stellato, tutto ciò che ti emoziona, che ti commuove anche un po', che ti fa sentire qualcosa di bello dentro, appunto. Ognuno di noi ce l'ha. Ognuno prova la stessa cosa. È la contrapposizione al brutto. Anche se è difficile distinguere il brutto dal bello dal punto di vista figurativo. Ci sono persone che non sono bellissime, ma sono belle proprio come persone. E tu noti una bellezza anche interiore, che a volte è superiore a quella esteriore. Una persona che non vede, per esempio, ha il dono proprio di vedere meglio di noi, secondo me. Cioè vede tutto da dentro. Riesce a vedere tutto ciò che è intorno dall'interno, da dentro di sé. Riesce a immaginarselo. Quindi il bello è tutto da scoprire, ancora. Comunque, quando tu senti una cosa bella, quando provi un brivido, quando provi una sensazione, quando provi gioia, quello è bello, quella è la bellezza». E ancora: «Rappresentare la bellezza è molto difficile, perché non è solo un fatto estetico, è un fatto proprio di come la senti tu. La bellezza è complicata». Una volta conosciuta la produzione di un artista contemporaneo e dopo avere letto ciò che di lui è stato scritto, sorge spesso spontanea la curiosità di conoscere come l'artista sente se stesso, al di là delle definizioni, classificazioni ed “etichette” che inevitabilmente la critica ufficiale, pur giustamente e doverosamente, ci fornisce. È questo un desiderio legittimo che, in parte, scaturisce forse da un piccolo dubbio che talvolta ci si affaccia insinuando in noi il sospetto o il timore che talora le categorizzazioni canoniche, intellettualmente rassicuranti, rispondano soprattutto alla nostra ansia di voler e poter schematizzare ogni fenomeno, incasellandolo e mantenendone il controllo. Con tale leggera perplessità, cioè con la timida idea che a volte le cose possano essere più semplici dei modelli che le interpretano, abbiamo dunque chiesto a Felice Pedretti di dirci chi, a suo parere, è lui come pittore, come definirebbe se stesso e come personalmente si vede come artista. Lo abbiamo fatto, tra l'altro, perché la possibilità di accedere direttamente alla fonte è un'opportunità stimolante e accattivante, in grado di riservare piacevoli sorprese. E anche in questo caso la nostra aspettativa non è stata delusa: «Credo che mi definirei un pittore umile servo della tradizione. Ho avuto la fortuna di conoscere maestri molto grandi, molto importanti, che mi hanno un pochino preparato la base per potermi avvicinare alla nostra storia, alla tradizione antica. Basti pensare ad Annigoni, che desiderava il disegno perfetto, la conoscenza dell'anatomia, della figura e dunque della forma. Quindi umilmente penso di essere questo: uno strumento per portare a tutti un po' di benessere attraverso il bello di vedere le cose. Il pittore, in fondo, racconta se stesso attraverso la rappresentazione di qualche cosa, ma racconta anche le storie delle persone, le emozioni delle persone, le loro vicende, i loro dispiaceri, le loro gioie. Credo di essere un artigiano della pittura, che conosce bene il mestiere — perché mi sono dedicato tutta la vita a questo, non ho fatto altro —, e quindi credo di essere un buon strumento, un pretesto, diciamo, per cui tutti possono magari venire a guardare le mie opere e dire: “Oh, guarda come si sta bene vedendo queste cose qui!”. Cioè un artista che attraverso questo dono, chiamiamolo così, riesce a raccontare ciò che riguarda lui e le persone che lo circondano, tutto ciò che è sentimento, è sensazione, è provare qualcosa. La pittura è il modo più umile, più sincero per raccontare a tutti cosa io sento dentro di me. Perché sono convinto che la provano anche loro. Tutto qui. Prima mi consideravo un pittore figurativo e metafisico. Avendo conosciuto nello stesso periodo de Chirico, Sciltian e Annigoni ero combattuto tra la metafisica, che era molto “di testa”, e la pittura prettamente figurativa, quella realistica, e mi definivo un pittore figurativo, diciamo così. Poi con l'andar del tempo le varie forme espressive si sono armonizzate. Io ho questo strumento qui per raccontare quello che so. Il disegno, la forma, la pittura stessa, il mestiere, che mi è servito proprio per raccontarlo in questo modo. Credo che sia questo per me il fatto di essere pittore oggi. Cioè quasi metabolizzare ciò che mi circonda. E noi siamo circondati da tanti dolori — la società di oggi non è una società felice —, siamo turbati da una miriade di problemi — il terrorismo, addirittura —, quindi siamo afflitti da questi pensieri, un po' tristi, dolorosi. È come se io riuscissi a prendermi queste brutture, diciamo così, e a mandarle giù tutte, per poi vedere che la gente, che intorno sorride così poco, guardando le mie cose alla fine sorride. Osserva e sorride. Certe volte mi sembra di sentirmi preso in giro, come se dicessero: “Ma guarda questo che ancora pensa di dipingere! Oggi che siamo quasi nel 2020. Ancora pensa che la pittura sia qualcosa di utile? A che serve?”. Ma io penso di sì, però. Perché poi vedo che sorridono. Indicano. Quindi questo vuol dire che l'uomo è vivo! Quando vede qualcosa è vivo». Riprendendo quanto detto all'inizio, ci sentiamo sinceramente di sottolineare che la pittura di Pedretti possiede una notevole capacità immersiva e ipnotica. Essa ha cioè un forte potenziale proiettivo in grado di intercettare e catturare la mente e l'immaginazione dello spettatore, attirandolo in modo suadente, con dolcezza e lusinghe, in una sorta d'estasi fiabesca. In un magico incanto. In un cosmo fantastico, meraviglioso, attrattivo, in cui gli elementi familiari della nostra quotidianità, arte, storia e cultura sono dislocati e rimescolati in un “dis-ordine” che obbedisce solo ed esclusivamente alle arcane leggi, “oltre la fisica”, della cosmologia interiore pedrettiana. Là, dove, però, con stupore e piacere, ritroviamo, trasformati, proprio i nostri sogni dispersi, le nostre attese disilluse e i nostri sentimenti vanificati, ma anche le nostre speranze segrete. Insieme alle nostre radici antiche. In questa lucida e coerente surreale visionarietà figurativa risiede una delle principali ragioni di importanza di questo autore, che va a segno con sicurezza ed efficacia, dritto al centro del cuore e dell'immaginario di chi guarda. Ciò, grazie anche e soprattutto alla sua sapiente maestria tecnica. Ineffabili trasparenze cristalline e stupefacenti riflessi lunari sul mare sono solo due esempi di un'arte pittorica studiatissima e raffinatissima, dove i cromatismi, anch'essi ricercatissimi, conferiscono sensualità e incredibile tridimensionalità tattile alle forme mirabilmente disegnate e levigate e magistralmente illuminate. Non ci resta allora che constatare, con riconoscente ammirazione, che risulta brillantemente dimostrato il “teorema di Pedretti” sull'interconnessione di sensazione, sentimento, passione, bellezza, interiorità e memoria. In pittura, come nella realtà. Il versetto 20 del capitolo 11 del libro del Siracide dice: «Sta' fermo al tuo impegno e fanne la tua vita, / invecchia compiendo il tuo lavoro». Ci sembra di poter vedere rispecchiata in questo invito esortativo l'esistenza professionale e umana di Felice Pedretti. Egli non incarna infatti l'artista eccentrico, del tutto imprevedibile, fatto di genio e sregolatezza, bensì l'uomo creativo, di sicuro talento, che con umiltà, studio, applicazione, professionalità, dedizione e passione consacra la sua vita all'arte. Con sacrificio e disciplina. Questo, anche, configura l'impegno di Pedretti come una sorta di missione in favore dell'essere umano. Non sono cioè solo i contenuti edificanti oggetto delle sue opere e i lodevoli scopi “solidali” del suo operato a rendere altamente morale il suo contributo come autore. Sono anche la dignità stessa del suo lavoro, come di ogni onesto mestiere, e, dicevamo, la commovente sistematicità con cui orienta il suo estro e la sua maestria a indicarlo come un artista emblematico, che con la sua ispirazione si pone al servizio degli altri. Papa Francesco ha scritto: «Se riesco ad aiutare una sola persona a vivere meglio, questo è già sufficiente a giustificare il dono della mia vita». Con ciò ha a che fare la pittura etica del nostro artista. E non possiamo non annotare, infine, per dovere di testimonianza oculare, che davvero l'amore di Felice Pedretti per la bellezza e per la sua arte gli permette di proseguire e di progredire costantemente, in questi tempi così difficili, nonostante le dure vicende della vita, che non riparmiano nessun uomo. La passione interiore di Pedretti, dopo ogni suo dolore, riappare di nuovo come un fuoco incontenibile. Come il sole rosso della sua tela che irrompe esplodendo in quella stanza interna per riportare nuovamente la luce.

Roma, 3 marzo 2016